L'immobilità stupefacente del cielo

L’immobilità stupefacente del cielo

 Era una sensazione strana quella che provava: tutto quello che viveva, dal più insignificante e banale dei gesti alla parola più comune appena pronunciata, scivolava via da lei, non le apparteneva più, si faceva all’istante irrimediabilmente passato. In un certo senso era vero. Ma quel rendersene conto la infastidiva. Per tutta la mattina aveva cercato di sottrarvisi. Invano.

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Ma quanto è bello il brutto tempo

Quanto è bello il brutto tempo

 

Doveva ringraziare il brutto tempo. Per lei bellissimo. Con la pioggia, il “fuori” non la distraeva, non la tentava: il sole non picchiava alle finestre, non invitava a uscire, non mostrava negligenze e disordine in angoli bui e polverosi della stanza sollecitando interventi. Lavorare con la pioggia era una gioia.  Altro che cattivo umore, depressione, irritazione, stanchezza. Tutto il contrario.

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Il piccolo cuore del coniglio

Il piccolo cuore del coniglio 

Per prima cosa doveva sistemare la spesa che ricopriva il tavolo della cucina. Poi, dedicarsi interamente al coniglio. Che bisognava fare a pezzi. Perché al supermercato lo aveva acquistato intero, come offerta del giorno, e non porzionato. Non le sembrava difficile: coltelli adatti ne aveva e, all’occorrenza, poteva servirsi di un paio di forbici da elettricista, utilissime, che teneva sempre a portata di mano. In breve il tavolo fu sgombro.

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L'Annunciazione di Carlo Crivelli

L’Annunciazione di Carlo Crivelli

 Non un idilliaco paesaggio campestre. Non un ricordo qualsiasi purché felice. Dopo l’abituale ripasso della giornata era, in quel tempo, l’Annunciazione di Carlo Crivelli che richiamava alla mente prima di addormentarsi. Per l’ordine. Il nitore. Il silenzio mistico di quella camera ritratta.

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Vecchi fantasmi

Vecchi fantasmi

 

Aveva lasciato che la macchina si allontanasse. Poi aveva incominciato ad affrontare la salita camminando ora sul bordo della strada ora al centro, sopra una sottile striscia di ghiaia, perché le scarpe di vernice nera non erano adatte ad affrontare quella carraia infangata e sconnessa. Lo sapeva. Ma le colline intorno – le colline della val Trebbia che ritrovava dopo tanto tempo – con la distesa dei vigneti sottostanti, belli e seducenti anche se spogli, l’avevano spinta a farlo.

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Sogno pomeridiano con figure

Sogno pomeridiano con figure

Dovrò dire alla mamma che Micol Fontana è morta. A 102 anni. E le descriverò la fotografia che la riprendeva seduta sulla sedia a rotelle, vestita di un tailleur verde dal taglio sartoriale, gli occhi globosi in un involontario pendant con le perle degli orecchini, le rughe e le cisti del viso bene in evidenza per lo spesso strato di cipria, i capelli a onde (quella bianca a destra) fissati in una messa in piega perfetta…e di come quell’immagine rimandasse a un’iguana, a un’iguanuccia, stanca e inoffensiva.

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Donna a piedi nudi con tazza tra le mani

Donna a piedi nudi con tazza tra le mani

 Donna a piedi nudi, semisdraiata sul divano con plaid gettato dietro le spalle, cane o gatto (facoltativo) in grembo, e tazza tra le mani. Donna al balcone – rampicante sul muro, vasi di fiori, di erbe aromatiche, di pomodori per un tentativo (riuscito) d’orto –   lo sguardo fisso a un cielo azzurro o nuvoloso o rosa-tramonto (facoltativo) sorseggia distrattamente dalla tazza che tiene per il manico.

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I grembiuli della zia Betty

I grembiuli della zia Betty

Il momento migliore per esibirli erano le feste di Natale. Iniziando dalla vigilia e via via proseguendo nei giorni successivi, la zia Betty, con finta noncuranza, sfoggiava i grembiuli come un accessorio glamour sopra le sue mise luccicanti.

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Cena d'estate davanti alla finestra

Cena d’estate davanti alla finestra

 Nelle sere d’estate preparare il vassoio con la cena e andare a consumarla davanti alla finestra su un basso tavolino. La zanzariera protegge. Un pasto semplice. Poco impegnativo. Il piacere di mangiare senza parlare. Mangiare soli vicino a tutta una vita nascosta e sconosciuta che si risveglia con il buio.

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Meret e la pianta del pungitopo

Meret e la pianta del pungitopo

 

“Nel pomeriggio andremo a prendere il pungitopo, ormai è Natale. Mi piace avere in casa qualcosa di verde che ci accompagni durante le feste. E il pungitopo è la pianta giusta, con il suo colore verde intenso e lucido, le sue foglie aguzze, dure e pungenti richiama la durata, la sopravvivenza, la prosperità: è davvero un simbolo di buon augurio.“

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Meret e l'albero di Natale

Meret e l’albero di Natale

Quella domenica pomeriggio Meret e il babbo (la mamma purtroppo era costretta a letto da un fastidioso raffreddore) decisero di andare a trovare la nonna.Dopo gli abbracci e i saluti, Meret, come al solito, corse fuori a cercare la gatta Bianca. E stava appunto perlustrando intorno a casa quando si imbatté in una verde piantina che spuntava da una fenditura del marciapiede. -  Un pino!  -  disse con stupore. E tornò in fretta dal babbo. 

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La pazienza degli alberi

La pazienza degli alberi

 

Piove a dirotto. Pozzanghere si formano sul selciato e sul ghiaietto del giardino. I rami tagliati dei gelsi e dei pruni selvatici – aloni giallo chiari alla fine del tronco scuro esposti alla pioggia battente si lavano, si purificano anche se sembrano ancor più sofferenti, moncherini che si tendono verso il cielo, muti. Odio la mano che li ha potati. Una mano incapace di amore, di dolcezza. A guardarli provo una sofferenza acuta, profonda. Sul lungo ramo di gelso ricurvo, concavo che poggiava a terra – ora tagliato irrimediabilmente – mi coricavo quando correvo fuori di casa con un grumo di pianto conficcato in gola a soffocare i lamenti della mia paura.

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Un posto per leggere

Un posto per leggere

 Sfogliava con curiosità i supplementi illustrati dei quotidiani. C’erano cose davvero belle da vedere. Soprattutto le case. Che spesso richiedevano anni e anni di ristrutturazione conservativa “supportata da studi importanti di architettura”. Le piaceva soffermarsi sugli interni, favorita in questo dalle fotografie a colori che corredavano il testo.

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Autoritratto

Autoritratto

Se la smettessi una volta per tutte

di voler essere io a tutti i costi, se la smettessi

e docile accettassi la quotidianità così com’è

più facile e leggero sarebbe il giorno...  

senza questi grumi di rabbia, di nausea

senza immusonirmi con me stessa per aver ceduto

se la smettessi non sarei più io

 

Novembre 2016

 

Il leopardo marino che diventò gatto

Il leopardo marino che diventò gatto

 Borges, dopo averlo conosciuto a fondo, si sarebbe lasciato conquistare dal leopardo marino? Lo avrebbe collocato, fatte le debite trasformazioni, nel suo Il libro degli esseri immaginari?

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Le ali gialle della farfalla

Le ali gialle della farfalla

 

Mi imbattei in lei un mezzogiorno canicolare di metà luglio. Era nell’erba. Le ali aperte. Grande. Bellissima. Mai, in tanti anni che abitavo lì in campagna, l’avevo vista. Mai. Non volò via neppure quando  mi avvicinai, e mi piegai su di lei. Era già morta. Essiccata.

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Vento caldo d'autunno

Vento caldo d’autunno 

Anche allora c’era lo stesso vento caldo di oggi che soffiava e avvolgeva ogni cosa in miasmi di decomposizione. Le foglie gialle, strappate a manciate dai rami, vorticavano nell’aria, si disperdevano per il prato inaridito, si ammucchiavano contro le siepi. La polvere si alzava in mulinelli dal sentiero. Le arnie vuote dietro le piante ancora più tristi. Il frinire ossessivo delle cicale in quegli interminabili pomeriggi d’estate. E i gattini morti. Quello bianco e nero sotto il portico; quello tigrato contro la balaustra; quello arancione tra i cespugli del biancospino. E il vento che ne disperdeva l’odore intorno a casa.

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Il bollitore luccicante e il canto del cucù

Il bollitore luccicante e il canto del cucù

 

 Pulisci tu quell’angolo della cucina. E il rivestimento di piastrelle. Sposta il fornello e il mobiletto delle spezie. Non farlo fare alla donna a ore. Fallo tu. Adesso. Mentre aspetti la telefonata che ti ferirà. Del resto, non puoi fare altro. Non leggere. Non scrivere. Non sei abbastanza tranquilla per farlo. Non puoi sfuggire a quella telefonata. Mentre aspetti, pulisci. Non è una perdita di tempo.

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Estate sonora futurista

Estate sonora futurista

 

L’estate entra dalla finestra aperta. La notte. Nell’alveo buio della via Emilia il rumore del traffico scorre monotono, uniforme quando d’improvvido il sound di una moto arriva e in piena accelerazione Vrooooom lo taglia orizzontalmente e Ooooomm svanisce in una sofficità di bambagia.

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I ragni

 I ragni

 

Ragni, in casa, ce n’erano di sicuro. Eppure, anche se da giorni pioveva, e l’aria fuori era umida e pesante, e nelle stanze si percepiva la stessa opprimente umidità - e questa, lo sapeva per esperienza, era la condizione ideale perché i ragni si mostrassero - ancora non ne aveva visti.

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Stare nella luce

Stare nella luce

 

La “rouelle” era quello spazio tra il letto e il muro della “camera azzurra” (un rifugio dove tutto dell’arredamento: tappezzerie, tende, decorazioni delle pareti erano rigorosamente azzurre) che  Madame de Rambouillet (Catherine de Vivonne marchesa de Rambouillet) aveva creato e dove riceveva “per dimenticare la crudezza della vita reale” e dove si respirava un’aria di leggerezza, di spensieratezza, d’indipendenza dalle passioni.

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Alla mamma piaceva Modì

Alla mamma piaceva Modì

 

Abbiamo vissuto per anni con un Modigliani in casa. In cucina per la precisione. Il ritratto di una giovane donna dal viso ovale, dal collo allungato, dagli occhi a fessura pieni di colore. L’avevo dipinto io.

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Abili le formiche

 

Abili le formiche a sfarinare la terra

le cicale la luce 

il tempo questi giorni senza grazia

 

 

 

 

Un archeologo in giardino

Un archeologo in giardino

 

Quando andava in giardino non sapeva mai cosa avrebbe fatto. Era il giardino stesso a suggerirglielo. Girellava qui e là. Si spingeva fino al vecchio parco. Tornava indietro. Sfilava un ramo secco da sotto le foglie. Tagliava viticci di vitalba, di edera. Niente di serio. Non un lavoro vero e proprio. Poi, quasi per caso, si trovava immersa in un fare inaspettato.

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Meret e le cimici

Meret e le cimici

 

Meret era sempre contenta quando la mamma decideva di lavorare in giardino, e quella mattina vedendola slacciarsi il grembiule e dirle di prendere la carriola dal capanno degli attrezzi che avrebbero potato il glicine, saltellò dalla gioia.

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Zampe di gallina

Zampe di gallina   

“Gusti da contadini” non si tratteneva dal dire la madre, sarta, ogni volta che entrando in cucina li sorprendeva vicino alla stufa: lei, con il piatto in mano, in attesa che il padre, intento a rimestare con la schiumarola nella grande pentola dove sobbolliva con sedano carota e cipolla la gallina della festa, le servisse la prima zampa che tirava su da quel brodo profumato e grasso.

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La sindrome di Pinocchio

La sindrome di Pinocchio  

 

Riconosceva, in quella palese ritrosia dei gatti ad uscire di casa la sera, la sindrome della capanna o sindrome di Pinocchio. Anche lei ne era affetta. Cosa c’era di meglio in quei giorni di gelo che starsene al calduccio vicino alla stufa (accesa fin dal mattino e alimentata allegramente fino a sera), a leggere un libro emozionante sulle esplorazioni polari?

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Borges, Ricci e il Labirinto

Borges, Ricci e il Labirinto

 

Ho conosciuto (qui nell’accezione di vedere) Jorge Luis Borges in occasione della colazione sull’erba offerta da Franco Maria Ricci al grande argentino (con lui aveva ideato la Biblioteca di Babele, collana di letteratura fantastica) nella sua casa di campagna La Masone. Sabato 30 Aprile 1977. Ore 13,30. La giornata era bella. Piena di sole. Di tepore. Quando sono arrivata (era venuta a prendermi Laura, ora moglie di Franco, al Castello di Fontanellato dove lavoravo perché io non guidavo) La Masone era  avvolta da un insolito brusio di alveare.

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è presto

 È presto.

Tutto del giorno deve ancora accadere

anche le parole

 

Passamanerie di stelle alpine

Passamanerie di stelle alpine

 

Per caso, frugando, ecco apparire sotto due tagli di stoffa Principe di Galles (uno con righina sottile rossa, l’altro a quadretti bianchi e neri) una scatola di cartone leggero.

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Il prezzemolo nell'orto delle fate

Il prezzemolo nell’orto delle fate

 

La mamma è ammalata, e anche i fratelli lo sono. Se ne stanno tutti a letto nella grande camera - in origine un salone - divisa in due da un paravento di carta a fiorellini rosa e azzurri: nella parte più ampia c’è il letto matrimoniale, l’armadio, la specchiera, nell’altra dormiamo noi. Tocca al babbo preparare da mangiare.

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Una borsa troppo piena e la bussola

 

Una borsa troppo piena e la bussola

Nella borsa c’erano già troppe cose. Pesava. Diverse volte aveva tentato di alleggerirla togliendo il quaderno per gli appunti, il libro-salvataggio per ingannare la molestia delle attese che potevano presentarsi in qualsiasi momento (incidenti, interruzioni stradali, senso alternato, banca, dottore), un paio di occhiali da sole…Non ci riusciva mai.

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Cirripedi e gasteropodi

Cirripedi e gasteropodi

 

Al risveglio due parole si dibattevano nella sua mente come pesci impigliati nella rete: cirripedi e gasteropodi.  Ricordava che chiocciole e lumache facevano parte dei gasteropodi, e anche l’ermafroditismo che le riguardava le era ben presente: ogni individuo conteneva sia organi sessuali maschili che organi sessuali femminili.

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Il cespuglio delle rose centifolia

Il cespuglio delle rose centifolia

 Il cespuglio delle rose centifolia era magnifico. Opulento. Illuminati da stami dorati, i fiori doppi, dal colore rosa intenso, nella pienezza della fioritura e scaldati dal sole, emanavano un profumo inebriante. In ginocchio, con guanti e cesoie, lo stava ripulendo dai rami secchi e dai germogli di amarena che vi erano cresciuti in mezzo confondendosi tra il fogliame. Rispetto agli altri cespugli di rose, a questo prodigava più attenzioni, più cure perché era il suo preferito. Perché ogni anno, al tempo della fioritura, la sua bellezza la sorprendeva. E quella mattina il sentore tiepido di verde, di legno, di terra bagnata che vi aleggiava intorno donava sfumature così conturbanti al suo profumo che a tratti interrompeva il lavoro per respirarlo, ingorda, con gli occhi chiusi.

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Meret e il muschio per il presepio

Meret e il muschio per il presepio

“Oggi non posso più rimandare: devo proprio andare a cercare il muschio per il presepio. La mamma ha già portato giù dal solaio la scatola con le statuine e gli addobbi per l’albero, e io ho già raccolto i sassolini per il sentiero che porta alla capanna: manca solo il muschio. È facile: so dove trovarlo.”

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Non essere raggiungibili

Non essere raggiungibili

 

A lei piaceva stare nascosta come le chiocciole. Che nel prato, nelle siepi, sotto pezzi di corteccia, di rami caduti, di foglie umide se ne stavano chiuse nella loro conchiglia sigillata con la bava argentea dei loro sogni. E non rispondere quando la chiamavano.

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Il mio gatto è un unicorno

Il mio gatto è un unicorno 

Quando tengo in grembo il mio gatto Pandus dal folto mantello bianco, dalla lunga magnifica coda anch’essa bianca -  le due piccole macchie nere sulle orecchie e attorno agli occhi che gli valgono il nome del noto mammifero,il Panda, in più latinizzato, si notano appena -  ben proporzionato e agile mi viene spontaneo considerarlo un unicorno.

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Il lungo fusto dell'umile bardana

Il lungo fusto dell’umile bardana

 Troneggiava maestosa in mezzo al sentiero abbandonato. Da quando la villa era stata chiusa, il giardino   lasciato senza cure. Ma io passavo ancora di lì per andare nei campi. Rigogliosi ciuffi d’ortica erano cresciuti ai bordi. E il grande noce era divenuto la dimora abituale di un corvo – da quale favola era uscito o io in quale favola ero entrata ?, mi chiedevo sempre quando, al mio comparire, si metteva a gracchiare furioso, insistente per allontanarmi, e senza mai perdermi d’occhio mi seguiva da pianta a pianta e poi, visto che non me ne andavo, appollaiato sulla punta di un abete secco, continuava a lanciarmi, di tanto in tanto, il suo verso stizzito e rauco. In quel luogo trasformato dall’incuria, la bardana si ergeva solitaria sul ghiaietto. Un’erbaccia (Arctium lappa) che conoscevo bene.

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Le case abbandonate

Le case abbandonate

 

Amo le case abbandonate. Di un amore struggente. Conosco il loro dolore. Muto. Composto. Anche quando il tetto è crollato, e le travi si mostrano come ossa denudate. Prima lì c’era la vita. Qualcuno le abitava. E la casa nei suoi muri scrostati, nelle sue crepe, nella sua porta d’ingresso insensatamente chiusa, nelle sue finestre accecate ricorda le stanze, i mobili, la quiete degli oggetti. La luce. Le voci. Le stagioni passate.

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Oggi no

Oggi no

  

Oggi no, non riordinerò quel cassetto

con le ricevute, gli estratti conto, le bollette

magari domani.

Ho seguito la traiettoria di una ghiandaia 

in una luce verde acqua.  

Sono per quel volo tra le rose.

La frutta più buona

La frutta più buona

 

La frutta più buona era quella delle nature morte. Oltre che più bella. Ne era convinta. Le mele, le pere, le albicocche, le pesche, le ciliegie…insomma la frutta che comprava al supermercato si rivelava, all’assaggio, deludente: non aveva sapore. Rare volte, miracolosamente, si avvertiva in quella polpa algida e compatta un lieve, appena accennato, pressoché impercettibile saporino dolce, del tutto insignificante, senza personalità, e senza dubbio più illusorio che reale tanto se ne andava in fretta.

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L'onda lunga del Tempo

L’onda lunga del Tempo

 

Al mattino, quando una disperazione sorda l’assediava, l’unica salvezza era quella di aprirsi un varco e fuggire. Lasciva la colazione sul tavolo, la tazza fumante, la marmellata, le fette imburrate e correva fuori in giardino.

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Povera bambina

Povera bambina

 

 Aveva cercato nei cassetti dell’armadio, del comò, del cassettone, nell’armadietto del bagno, nel cestino porta cucito... Aveva stanato da ogni possibile nascondiglio - come un cacciatore la selvaggina - quei modesti gioiellini d’oro che, portati per un tempo breve e subito dimenticati, erano rimasti poi, per anni, adagiati sopra un quadratino di ovatta rosa, di spugna bianca nelle loro piccole bare di cartone goffrato, di plastica leggera, chiusi nei loro sacchetti di camoscio, di velluto, di panno lenci. Ne aveva fatto un mucchietto, patetico, al centro del tavolo in cucina.

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Meret, i calabroni e il robottino verde

Meret, i calabroni e il robottino verde

 

 “Mamma, questa notte ho fatto un sogno dove c’erano le api, i calabroni e un robottino verde. Vuoi che te lo racconti?”

“Sì. M’incuriosisce sapere cosa c’entri un piccolo robot con le api e i calabroni. Intanto bevi il latte caldo con il miele, ho sentito che hai ancora la tosse.”

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Arde il fuoco di tre legni

Arde il fuoco di tre legni

Bruciava il melograno, il bosso, il glicine. La nevicata abbondante dell’inverno precedente aveva piegato il pergolato che, nel precipitare, aveva spezzato diversi fusti e rami del melograno; il bosso invece era morto per aver nutrito le larve della piralide; mentre il glicine era stato potato per contenerne l’esuberanza. Questi legni, sia per le dimensioni ridotte della pianta da cui erano ricavati, che per la qualità intrinseca del legno stesso (pur essendo quello del melograno e del bosso duro e compatto per la crescita lenta e costante, quello del glicine invece di nessun valore, leggero come un fuscello) non fornivano un calore duraturo, ma erano stati tagliati comunque in piccoli pezzi, accatastati e lasciati seccare per tutta l’estate contro il muro della casa. Adesso aveva incominciato a bruciarli.

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Meret e il regalo di Natale

Meret e il regalo di Natale

Erano iniziate le vacanze di Natale. Meret si alzava un po’ più tardi del solito, faceva colazione e subito dopo  andava in cerca di muschio  per fare il Presepe. Quella mattina, con il cestino infilato al braccio, si era diretta verso un angolo del parco poco frequentato con la speranza di trovarlo“come intendeva lei: bello grasso elucente”. Arrivare fino là, dove un’alta recinzione segnava il confine tra il paco e il quartiere nuovo, era anche “molto avventuroso” perché bisognava attraversare una fitta selva di giovani germogli che s’impigliavano agli abiti e tiravano da tutte le parti quasi volessero trattenerla; e fare attenzione a non incespicare nei tralci della vitalba nascosti nell’erba umida.

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Senza gli alberi della catalpa

Senza gli alberi della catalpa

 

È primavera. Senza gli alberi della catalpa. Segati e tagliati senza misericordia. Lo stradello, che dalla villa porta all’uscita, dov’erano trionfanti, vuoto e desolato. Come fosse caduto un sipario appaiono le facciate delle case con i balconcini ingombri di cianfrusaglie: sacchi dell’immondizia, vasi di fiori secchi, stendini, giochi di bambini sbiaditi dal sole e dall’acqua, antenne paraboliche, condizionatori, a volte, con le finestre aperte, l’interno delle cucine, delle camere da letto. 

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La vecchia, il diavolo e l'angelo

La vecchia, il diavolo e l’angelo

 Solo il diavolo poteva correre per la campagna bruciata dal sole. Il vento che imperversava da giorni seminando folate incandescenti di calore che si infilavano di prepotenza attraverso lo spiraglio della finestra e le sfioravano il viso fino a toglierle il respiro, altri non era che lui, il diavolo, in uno dei suoi infiniti travestimenti. La vecchia lo sapeva.

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Meret e l'Orchis purpurea

Meret e l’Orchis purpurea 

 

- Mamma, presto, vieni a vedere.

 Meret aveva fatto irruzione in cucina e ancora ansimante aveva preso per mano la mamma e la tirava verso la porta.

- Cosa c’è di così urgente da vedere? Non puoi aspettare? Devo finire di preparare il sugo per la pasta. È tardi.  

-No. Devi venire subito - insistette Meret tenendola ben stretta.

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nell'orto del re

Nell’orto del re

 

Aveva sempre pensato che la sua stagione preferita fosse l’estate per quei cieli bianchi di luce, per quel caldo afoso, per il frinire assordante delle cicale che si accompagnava a un vivere libero, allegro, spensierato. Invece adesso, non senza stupore, si accorgeva di quanto le piacessero le giornate di pioggia, quasi la esonerassero dal vivere nel solito modo frenetico, convulso, avvolgendola in un silenzio soffice, facendole scoprire la felicità della lentezza, del rimandare.

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Gli orecchini verdi nel cassetto

Gli orecchini verdi nel cassetto

 

“Furono aperte due casse a lungo riposte in un luogo segreto di Monte Giordano. Si trattava delle cose più preziose appartenute ai corredi della madre Francesca e della nonna Costanza (…) Di fronte ai loro occhi si dispiegarono leggeri, quasi avessero vita propria, camicie e fazzoletti di seta con preziosi ricami d’oro e d’argento, impalpabili cuffie di rete dorata, nastri di seta di ogni colore, morbidi panni da spalle, asciugamani di seta con ricami colorati e frange d’oro, lenzuoli di finissimo lino. L’oro risplendeva in ogni cosa (…)”

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Il cerchio di ferro e la scala celeste

Il cerchio di ferro e la scala celeste

 

Era tutta la mattina che lavorava in giardino. Il sole era caldo, l’aria tersa, si stava bene. Comunque aveva deciso di smettere, incominciava ad essere stanca e c’era il pranzo da preparare. Nel ritornare verso casa passò vicino alle arnie abbandonate i cui tettucci zincati, luccicanti come specchi per il sole che li colpiva, le erano parsi, da lontano, come un richiamo.

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San Giorgio e il drago

San Giorgio e il drago

  Il santino del Cristo trasfigurato era infilato in un angolo della lavagnetta appesa in cucina. Scivolato fuori dalle pagine di uno vecchio messale che le era stato donato in ricordo della zia morta, e memore del fatto che mai e poi mai bisogna gettare nella spazzatura le cose di chiesa, meglio bruciarle se proprio non si sapeva cosa farne - quella sistemazione, temporanea pensava, le era parsa onorevole. Con il tempo, si rivelò anche utile. Infatti le preghiere, le invocazioni, le richieste d’aiuto che più di una volta gli aveva rivolto, vuoi perché l’arrosto, dimenticato, non fosse bruciato o la pasta non risultasse troppo cotta, vuoi perché la cervicale smettesse di tormentarla o quella voglia di piangere che a volte l’assaliva d’improvviso l’abbandonasse, sempre erano state raccolte. Mai quel Cristo luminoso in volo sopra la collina aveva fatto mancare il suo sostegno, sempre l’aveva sorretta nelle prove più difficili e confortata in attimi di smarrimento e di paura.

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Trittico in morte del bosso( 1°parte)

Trittico in morte del bosso (prima parte)

(La siepe di bosso e le larve della piralide)

 

Non ce l’avrebbe fatta a vincere le larve della piralide che avevano assalito il bosso.  Quando si era accorta di loro -  nemico che se ne stava nascosto all’interno della siepe, silenzioso come i Greci nella pancia del cavallo - era ormai troppo tardi. Troia era caduta. Così sarebbe stato del bosso. La lotta era impari. Loro - larve della Cydalima perspectalis - ingurgitavano foglie insonni infaticabili fameliche. E avanzando man mano dal profondo del cespuglio verso i rami esterni per trovare nuovo alimento, venivano allo scoperto, si mostravano. La siepe - un patrimonio di bosso rigoglioso e splendido: in estate i rametti nuovi di un verde tenero si staccavano dal resto coriaceo e scuro come piume leggiadre, in inverno piegato dalle nevicate mostrava una bellezza flessuosa - stava morendo. A niente riuscivano i trattamenti con insetticidi spruzzati tra i rami, sopra e sotto le foglie dove loro, maledetti diavoli verdi, se ne stavano acquattati. E mangiavano. Mangiavano. Mangiavano. Come odiava quelle larve! Di un odio vero. Profondo. Incandescente.

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Chiudere le finestre al pomeriggio

Chiudere le finestre al pomeriggio

Non era un po’ presto per chiudere le finestre? Le giornate si erano allungate e si poteva godere più a lungo di quella luce nuova, fresca, pulita. Allora, perché?

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Meret e il cestino di susine

Meret e il cestino di susine 

 

Appena scese dal letto, Meret infilò la felpa sopra il pigiama perché quella mattina, anche se era estate, faceva quasi freddo, poi corse in cucina dove trovò la mamma intenta a pulire le susine con uno strofinaccio. 

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L'attesa nel bar pasticceria

L’attesa nel bar pasticceria

 

Erano anni che non entrava in quel locale. A ricordarglielo d’improvviso era stata la vista di una  famosa attrice, ritratta sorridente e  con un pacchetto di dolci ben confezionato tra le mani, proprio davanti ai vetri smerigliati e agli ottoni  lucidi della pasticceria. E una nostalgia struggente l’aveva invasa.

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