I grembiuli della zia Betty

I grembiuli della zia Betty

Il momento migliore per esibirli erano le feste di Natale. Iniziando dalla vigilia e via via proseguendo nei giorni successivi, la zia Betty, con finta noncuranza, sfoggiava i grembiuli come un accessorio glamour sopra le sue mise luccicanti.

 

Il grembiule bianco con volant rosso, lacci verdi, campana gialla nel mezzo circondata da rametti di abete -  motivo che si ripeteva in piccolo sulle tasche, immancabili queste perché dovevano contenere il fazzoletto da naso, il rosario, le caramelle - compariva, appunto, la sera della vigilia. Così fuggevole quell’apparizione -  la cena era senza ospiti di riguardo - che veniva indossato anche il giorno dopo quando, fin dal mattino presto, iniziava ad apparecchiare la tavola per il pranzo. E in quel frenetico tirare i cassetti delle credenze per scegliere la tovaglia più adatta, aprire gli astucci di velluto dove erano custodite le posate d’argento da passare con uno strofinaccio, come i bicchieri di cristallo tolti dalla vetrinetta, era pienamente felice di andare e venire dalla cucina alla sala fasciata da quel lungo grembiule da cuoca, bretelle incrociate sulla schiena, sotto il quale si intravedevano il suo maglione rosso brillante di strass e paillettes, la sua gonna di velluto nero.

Al giorno di Santo Stefano era riservato invece il grembiule con renna applicata sulla pettorina, grande tasca centrale con pigne a contorno, fiocchi di neve: un grembiule di transizione, questo, che traghettava a quello ben più impegnativo da indossare per il cenone di Capodanno. Che doveva essere, in pendant con guanto da forno e presine, assolutamente nuovo perchè beneaugurante, e che si mostrava sempre rigido (mai era stato lavato dopo l’acquisto) come un baccalà sotto sale. Uno degli ultimi, ricordava, aveva come decoro fragole rosse, grandi, pop, e foglioline verdi distribuite a intervalli regolari lungo tutto il perimetro, mentre un’ unica grossa fragola era applicata sulle tasche; e sembrava tradire il desiderio di offrire agli ospiti - almeno virtualmente - quella primizia dolce e invitante, impossibile da presentare altrimenti per il divieto assoluto, impostole dalle sorelle, di cedere a quella follia consumistica contro la quale  - se mai avesse osato piegarsi in un soprassalto di autonomia - sarebbe naufragata la già debole unità familiare. (Si trascinava ancora sordamente una lite scoppiata quando, per dare a quell’accessorio un tocco del tutto personale, zia Betty aveva deciso di farsi ricamare le iniziali sulla pettorina dei grembiuli)

I grembiuli però non bastavano a fare di lei una cuoca. Ad esempio. Le patate che si faceva portare dal contadino e metteva a bollire per ore senza sciacquarle, apparivano sul fondo del tegame, dove raffreddavano, come sassi in una pozzanghera fangosa; gli spicchi di finocchio, per la stessa ragione, assumevano la consistenza gelatinosa di meduse inerti sulla spiaggia; le uova sode per quell’alone bruno verdastro che si formava tra l’albume e il tuorlo raggelate per sempre in un’eclissi velenosa. Come si porta un grembiule, come si sporca, il modo in cui si sporca, le macchie che lo segnano, persino la maniera di riporlo, dicono molto della manualità, dedizione, concentrazione, silenzio, pazienza… richiesti in cucina. E i grembiuli della zia Betty non si sporcavano mai, e se per caso questo accadeva, mai nel modo giusto. Erano grembiuli di bellezza. Grembiuli da parata. Lei, però, ne aveva tratto un insegnamento: se non voleva finire come la zia Betty, con un grembiule allacciato in vita, sì, ma pateticamente vinta da pentole e padelle, doveva imparare a cucinare. E subito. Non c’era altro tempo da perdere. (E le macchie che avrebbero sporcato il suo grembiule sarebbero state quelle giuste, anche all’occhio critico di uno chef)

  

in Gazzetta di Parma  15 gennaio 2017