Una rete dorata

Una rete dorata

 

 

Finalmente era arrivata. Dalla fermata dell’autobus fino alla porta di casa aveva percorso quasi correndo il sentiero ricoperto di ghiaia, mettendo anche la borsa a tracolla perché non l’intralciasse. E così impaziente era di indossare il capo appena acquistato in un negozio del centro che aveva attraversato l’ingresso e salito le scale al buio per andare subito in camera da letto: voleva provarlo, guardarsi nel grande specchio dell’armadio. Una sola occhiata le bastava per rendersi conto se un abito le donava o meno, se la rendeva elegante o invece goffa, ridicola. Il merito di questa consapevolezza lo doveva agli insegnamenti della madre, sarta dal gusto sicuro e impeccabile.

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L'immobilità stupefacente del cielo

L’immobilità stupefacente del cielo

 Era una sensazione strana quella che provava: tutto quello che viveva, dal più insignificante e banale dei gesti alla parola più comune appena pronunciata, scivolava via da lei, non le apparteneva più, si faceva all’istante irrimediabilmente passato. In un certo senso era vero. Ma quel rendersene conto la infastidiva. Per tutta la mattina aveva cercato di sottrarvisi. Invano.

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Passamanerie di stelle alpine

Passamanerie di stelle alpine

 

Per caso, frugando, ecco apparire sotto due tagli di stoffa Principe di Galles (uno con righina sottile rossa, l’altro a quadretti bianchi e neri) una scatola di cartone leggero.

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Troppa solitudine

Troppa solitudine

 

Troppa solitudine. In quella casa di montagna fatta di pietre dure e grigie. In quella stanza. Con la testa china sul libro. Cercare di studiare per dimenticarla. Ma lei ti circondava. Ti stringeva d’assedio. E alle spalle l’armadio scuro, pesante, con le ante a vetri e le tendine gialle dove la mamma teneva le sue cose: la mantellina viola di lana fatta all’uncinetto, la borsetta bianca con fili dorati per quando usciva a passeggio (fino ai giardinetti, non oltre), i figurini di moda, le tovaglie e i tovaglioli, un binocolo, un sacchetto con palline di canfora. Che vigilava.

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L'Annunciazione di Carlo Crivelli

L’Annunciazione di Carlo Crivelli

 Non un idilliaco paesaggio campestre. Non un ricordo qualsiasi purché felice. Dopo l’abituale ripasso della giornata era, in quel tempo, l’Annunciazione di Carlo Crivelli che richiamava alla mente prima di addormentarsi. Per l’ordine. Il nitore. Il silenzio mistico di quella camera ritratta.

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Cirripedi e gasteropodi

Cirripedi e gasteropodi

 

Al risveglio due parole si dibattevano nella sua mente come pesci impigliati nella rete: cirripedi e gasteropodi.  Ricordava che chiocciole e lumache facevano parte dei gasteropodi, e anche l’ermafroditismo che le riguardava le era ben presente: ogni individuo conteneva sia organi sessuali maschili che organi sessuali femminili.

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Uccidiamo il divano!

Uccidiamo il divano!

 

Uccidiamo il divano! Non vogliamo più sentire parlare del divano! Della sua struttura sinuosa, del suo schienale avvolgente, del suo rivestimento imbottito, della sua cuscinatura! Basta! Come già un tempo il grido futurista «Uccidiamo il chiaro di luna!» oggi «Uccidiamo il divano!».

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Donna a piedi nudi con tazza tra le mani

Donna a piedi nudi con tazza tra le mani

 Donna a piedi nudi, semisdraiata sul divano con plaid gettato dietro le spalle, cane o gatto (facoltativo) in grembo, e tazza tra le mani. Donna al balcone – rampicante sul muro, vasi di fiori, di erbe aromatiche, di pomodori per un tentativo (riuscito) d’orto –   lo sguardo fisso a un cielo azzurro o nuvoloso o rosa-tramonto (facoltativo) sorseggia distrattamente dalla tazza che tiene per il manico.

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Non essere raggiungibili

Non essere raggiungibili

 

A lei piaceva stare nascosta come le chiocciole. Che nel prato, nelle siepi, sotto pezzi di corteccia, di rami caduti, di foglie umide se ne stavano chiuse nella loro conchiglia sigillata con la bava argentea dei loro sogni. E non rispondere quando la chiamavano.

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La pianta di uva turca

La pianta di uva turca

 

Il momento in cui potevano comparire i fantasmi è passato. La facciata della villa, solo poco prima velata dalle trasparenze delle foglie, sta entrando nell’ombra – fauci di drago silenzioso. Non un lamento. Una richiesta d’aiuto. Chiusa in se stessa, tace. Ho aspettato. Guardato. Teso l’orecchio. Ma non sono venuti. Nessuno di loro è uscito dal portone del salone, dalla porta della cucina o si è affacciato alla finestra, anche solo per chiudere le imposte spalancate dal vento (la zia lo faceva sempre a quest’ora del pomeriggio). Per oggi non verranno più. Forse domani.

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Cena d'estate davanti alla finestra

Cena d’estate davanti alla finestra

 Nelle sere d’estate preparare il vassoio con la cena e andare a consumarla davanti alla finestra su un basso tavolino. La zanzariera protegge. Un pasto semplice. Poco impegnativo. Il piacere di mangiare senza parlare. Mangiare soli vicino a tutta una vita nascosta e sconosciuta che si risveglia con il buio.

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Le case abbandonate

Le case abbandonate

 

Amo le case abbandonate. Di un amore struggente. Conosco il loro dolore. Muto. Composto. Anche quando il tetto è crollato, e le travi si mostrano come ossa denudate. Prima lì c’era la vita. Qualcuno le abitava. E la casa nei suoi muri scrostati, nelle sue crepe, nella sua porta d’ingresso insensatamente chiusa, nelle sue finestre accecate ricorda le stanze, i mobili, la quiete degli oggetti. La luce. Le voci. Le stagioni passate.

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385 volte come Bonnard

385 volte come Bonnard

 

Adesso a prevalere era lo spettacolo del foliage. Il risveglio dei gialli, degli arancioni, dei marroni. Nella persistente varietà dei verdi. Delle magnolie. Dei pini. Dell’erba. C’era anche, più nascosta, l’umidità delle cortecce che si sfaldavano, e marcivano. Dei muschi sotto gli aghi di pino. Della polvere di legno ai piedi degli alberi. E radure con i giovani ailanti in pennacchi color limone. Conoscere tutto questo, e ritrovarlo nuovo al mattino quando si osservavano i diversi paesaggidel giardino dall’interno sicuro della casa. Attraverso le finestre. Passare dall’una all’altra. Su e giù per le scale. Non sapere quale preferire. Tutti ugualmente affascinanti. Incantevoli. Perché scegliere? Scriverlo.

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La pazienza degli alberi

La pazienza degli alberi

 

Piove a dirotto. Pozzanghere si formano sul selciato e sul ghiaietto del giardino. I rami tagliati dei gelsi e dei pruni selvatici – aloni giallo chiari alla fine del tronco scuro esposti alla pioggia battente si lavano, si purificano anche se sembrano ancor più sofferenti, moncherini che si tendono verso il cielo, muti. Odio la mano che li ha potati. Una mano incapace di amore, di dolcezza. A guardarli provo una sofferenza acuta, profonda. Sul lungo ramo di gelso ricurvo, concavo che poggiava a terra – ora tagliato irrimediabilmente – mi coricavo quando correvo fuori di casa con un grumo di pianto conficcato in gola a soffocare i lamenti della mia paura.

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L'onda lunga del Tempo

L’onda lunga del Tempo

 

Al mattino, quando una disperazione sorda l’assediava, l’unica salvezza era quella di aprirsi un varco e fuggire. Lasciva la colazione sul tavolo, la tazza fumante, la marmellata, le fette imburrate e correva fuori in giardino.

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Rosa Franco Maria Ricci

 

Rosa Franco Maria Ricci

  

Inventare una rosa per Franco – rosa Franco Maria Ricci

di un rosso scarlatto profondo, ibridata dal polline,

rampicante su per i mattoni del Labirinto più grande del mondo

a imitazione della rosa che portava puntata al petto –

ma polvere nella profondità buia dei petali in ceralacca;

qui invece corolle doppie con petali vellutati e profumati

su un bel fogliame verde-grigio, qui amore e bellezza, qui sacro e profano 

varcata la soglia incontrare Franco

nella sua rosa Franco Maria Ricci – senza spine. 

Anna

 Parma, 10 settembre 2023

Il leopardo marino che diventò gatto

Il leopardo marino che diventò gatto

 Borges, dopo averlo conosciuto a fondo, si sarebbe lasciato conquistare dal leopardo marino? Lo avrebbe collocato, fatte le debite trasformazioni, nel suo Il libro degli esseri immaginari?

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Arde il fuoco di tre legni

Arde il fuoco di tre legni

Bruciava il melograno, il bosso, il glicine. La nevicata abbondante dell’inverno precedente aveva piegato il pergolato che, nel precipitare, aveva spezzato diversi fusti e rami del melograno; il bosso invece era morto per aver nutrito le larve della piralide; mentre il glicine era stato potato per contenerne l’esuberanza. Questi legni, sia per le dimensioni ridotte della pianta da cui erano ricavati, che per la qualità intrinseca del legno stesso (pur essendo quello del melograno e del bosso duro e compatto per la crescita lenta e costante, quello del glicine invece di nessun valore, leggero come un fuscello) non fornivano un calore duraturo, ma erano stati tagliati comunque in piccoli pezzi, accatastati e lasciati seccare per tutta l’estate contro il muro della casa. Adesso aveva incominciato a bruciarli.

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Still life a colazione

 Still life a colazione

Non è solo la luce che le tocca. È anche il profumo inebriante dei tigli a legare le cose sul tavolo della cucina. La grande finestra è aperta sul cielo chiaro del mattino.

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Il bollitore luccicante e il canto del cucù

Il bollitore luccicante e il canto del cucù

 

 Pulisci tu quell’angolo della cucina. E il rivestimento di piastrelle. Sposta il fornello e il mobiletto delle spezie. Non farlo fare alla donna a ore. Fallo tu. Adesso. Mentre aspetti la telefonata che ti ferirà. Del resto, non puoi fare altro. Non leggere. Non scrivere. Non sei abbastanza tranquilla per farlo. Non puoi sfuggire a quella telefonata. Mentre aspetti, pulisci. Non è una perdita di tempo.

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La vecchia, il diavolo e l'angelo

La vecchia, il diavolo e l’angelo

 Solo il diavolo poteva correre per la campagna bruciata dal sole. Il vento che imperversava da giorni seminando folate incandescenti di calore che si infilavano di prepotenza attraverso lo spiraglio della finestra e le sfioravano il viso fino a toglierle il respiro, altri non era che lui, il diavolo, in uno dei suoi infiniti travestimenti. La vecchia lo sapeva.

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Cercando lo spirito del luogo

Cercando lo spirito del luogo

 

Dare un nome al parco degradato, al giardino cancellato, alla villa abbandonata. Come un esploratore che si imbatta per la prima volta in luoghi mai visti prima. Non le sembrava un’idea strampalata perché intorno a casa tutto era diventato un’altra cosa, totalmente diversa da quella che era stata un tempo. Irriconoscibile.

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Stare nella luce

Stare nella luce

 

La “rouelle” era quello spazio tra il letto e il muro della “camera azzurra” (un rifugio dove tutto dell’arredamento: tappezzerie, tende, decorazioni delle pareti erano rigorosamente azzurre) che  Madame de Rambouillet (Catherine de Vivonne marchesa de Rambouillet) aveva creato e dove riceveva “per dimenticare la crudezza della vita reale” e dove si respirava un’aria di leggerezza, di spensieratezza, d’indipendenza dalle passioni.

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nell'orto del re

Nell’orto del re

 

Aveva sempre pensato che la sua stagione preferita fosse l’estate per quei cieli bianchi di luce, per quel caldo afoso, per il frinire assordante delle cicale che si accompagnava a un vivere libero, allegro, spensierato. Invece adesso, non senza stupore, si accorgeva di quanto le piacessero le giornate di pioggia, quasi la esonerassero dal vivere nel solito modo frenetico, convulso, avvolgendola in un silenzio soffice, facendole scoprire la felicità della lentezza, del rimandare.

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Congedarsi dall'inverno

Congedarsi dall’inverno

Questo giorno sarà mio. Solo mio. E io starò in lui come in un giardino protetto da un alto muro di pietra segnato dal muschio e dall’edera. Un beato «hortus conclusus». Coricata nel prato, le braccia aperte, ozierò guardando la luce del sole crescere nella sua gloria. Dalle radici. Fino al rosso tramonto della sera. La notte dormirò tranquilla e non avrò paura dei sogni. Dopo il buio ci sarà di nuovo la luce. E io la vedrò perché sarò viva. L’aria sarà profumata di verde tiepido e caldo, di terra umida, e un gatto con zampe di velluto si avvicinerà per salutarmi, si struscerà alle mie caviglie, io lo accarezzerò, sorridendo.

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Un archeologo in giardino

Un archeologo in giardino

 

Quando andava in giardino non sapeva mai cosa avrebbe fatto. Era il giardino stesso a suggerirglielo. Girellava qui e là. Si spingeva fino al vecchio parco. Tornava indietro. Sfilava un ramo secco da sotto le foglie. Tagliava viticci di vitalba, di edera. Niente di serio. Non un lavoro vero e proprio. Poi, quasi per caso, si trovava immersa in un fare inaspettato.

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San Giorgio e il drago

San Giorgio e il drago

  Il santino del Cristo trasfigurato era infilato in un angolo della lavagnetta appesa in cucina. Scivolato fuori dalle pagine di uno vecchio messale che le era stato donato in ricordo della zia morta, e memore del fatto che mai e poi mai bisogna gettare nella spazzatura le cose di chiesa, meglio bruciarle se proprio non si sapeva cosa farne - quella sistemazione, temporanea pensava, le era parsa onorevole. Con il tempo, si rivelò anche utile. Infatti le preghiere, le invocazioni, le richieste d’aiuto che più di una volta gli aveva rivolto, vuoi perché l’arrosto, dimenticato, non fosse bruciato o la pasta non risultasse troppo cotta, vuoi perché la cervicale smettesse di tormentarla o quella voglia di piangere che a volte l’assaliva d’improvviso l’abbandonasse, sempre erano state raccolte. Mai quel Cristo luminoso in volo sopra la collina aveva fatto mancare il suo sostegno, sempre l’aveva sorretta nelle prove più difficili e confortata in attimi di smarrimento e di paura.

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L'equiseto dei campi

L’equiseto dei campi

 

Era uscita di casa apposta per lui. Dopo la lunga siccità dell’inverno dubitava della sua comparsa ma, se c’era, se davvero era riuscito a farcela, a spuntare, il solo posto dove poteva trovarlo era lungo il canale, che benché asciutto da anni e ormai colmo di terra, conservava un’umidità profonda, nascosta.

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La sindrome di Pinocchio

La sindrome di Pinocchio  

 

Riconosceva, in quella palese ritrosia dei gatti ad uscire di casa la sera, la sindrome della capanna o sindrome di Pinocchio. Anche lei ne era affetta. Cosa c’era di meglio in quei giorni di gelo che starsene al calduccio vicino alla stufa (accesa fin dal mattino e alimentata allegramente fino a sera), a leggere un libro emozionante sulle esplorazioni polari?

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Meret e il cestino di susine

Meret e il cestino di susine 

 

Appena scese dal letto, Meret infilò la felpa sopra il pigiama perché quella mattina, anche se era estate, faceva quasi freddo, poi corse in cucina dove trovò la mamma intenta a pulire le susine con uno strofinaccio. 

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Una borsa di pane secco

Una borsa di pane secco  

 

Spezzo del pane secco sulla balaustra del giardino con un sasso. Qualcuno, dalle case vicine, continua ad appendere alle inferriate del cancello una borsa di plastica con dentro pezzi di pane e focaccia. Sembra ignorare che da almeno un anno, da quando il contadino è morto, non ci sono più galline. Dopo la sua morte il pollaio era allo sbando.

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Il piccolo cuore del coniglio

Il piccolo cuore del coniglio 

Per prima cosa doveva sistemare la spesa che ricopriva il tavolo della cucina. Poi, dedicarsi interamente al coniglio. Che bisognava fare a pezzi. Perché al supermercato lo aveva acquistato intero, come offerta del giorno, e non porzionato. Non le sembrava difficile: coltelli adatti ne aveva e, all’occorrenza, poteva servirsi di un paio di forbici da elettricista, utilissime, che teneva sempre a portata di mano. In breve il tavolo fu sgombro.

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L'ombra arriva da

L’ombra arriva da lì

 

 L’ombra arriva da lì, dove la balaustra è crollata, la siepe di bosso è seccata, e l’edera cresce e si espande in una fitta trama vegetale, e trionfa sul cancello scardinato.

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Una borsa troppo piena e la bussola

 

Una borsa troppo piena e la bussola

Nella borsa c’erano già troppe cose. Pesava. Diverse volte aveva tentato di alleggerirla togliendo il quaderno per gli appunti, il libro-salvataggio per ingannare la molestia delle attese che potevano presentarsi in qualsiasi momento (incidenti, interruzioni stradali, senso alternato, banca, dottore), un paio di occhiali da sole…Non ci riusciva mai.

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Sogno pomeridiano con figure

Sogno pomeridiano con figure

Dovrò dire alla mamma che Micol Fontana è morta. A 102 anni. E le descriverò la fotografia che la riprendeva seduta sulla sedia a rotelle, vestita di un tailleur verde dal taglio sartoriale, gli occhi globosi in un involontario pendant con le perle degli orecchini, le rughe e le cisti del viso bene in evidenza per lo spesso strato di cipria, i capelli a onde (quella bianca a destra) fissati in una messa in piega perfetta…e di come quell’immagine rimandasse a un’iguana, a un’iguanuccia, stanca e inoffensiva.

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Le buche di Beckett

Le buche di Beckett

 

Beckett scavava buche nel giardino intorno alla casa di Ussy-sur-Marne (comprata con la somma ereditata dopo la morte della madre) a circa sessanta chilometri da Parigi. Per piantare alberi. Così scrive, nel corso degli anni 1941-1956, in alcune lettere inviate a diversi destinatari.

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Meret e il muschio per il presepio

Meret e il muschio per il presepio

“Oggi non posso più rimandare: devo proprio andare a cercare il muschio per il presepio. La mamma ha già portato giù dal solaio la scatola con le statuine e gli addobbi per l’albero, e io ho già raccolto i sassolini per il sentiero che porta alla capanna: manca solo il muschio. È facile: so dove trovarlo.”

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I grembiuli della zia Betty

I grembiuli della zia Betty

Il momento migliore per esibirli erano le feste di Natale. Iniziando dalla vigilia e via via proseguendo nei giorni successivi, la zia Betty, con finta noncuranza, sfoggiava i grembiuli come un accessorio glamour sopra le sue mise luccicanti.

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Battito d'ali nel folto dei tigli

Battito d’ali nel folto dei tigli

 

Battito d’ali nel folto dei tigli. Verso la cima. Breve silenzio. Segue un battibeccare concitato. Come tra marito e moglie in cucina. Un uccello esce precipitosamente dal fogliame. L’altro lo segue. Lo insegue ( senza mattarello in mano per dare seguito alla metafora ). Spariscono. Ma subito, con frettolosi e rapidi colpi d’ala, ritornano al nido. Rappacificati, sembra. Un tubare sommesso si percepisce. Uno scuotimento leggero di foglie. Non sono né gazze. Né corvi. Neppure piccioni. No. I piccioni hanno eletto i davanzali delle finestre dietro le imposte semichiuse e la rientranza della lunetta sotto al balcone della villa abbandonata per mettere su casa. Più verosimilmente tortore. Per il piumaggio grigio soffice. E una certa eleganza nel volo. Guardare con attenzione. Niente più si muove nel fitto fogliame. Tutto è tranquillo. Silenzioso. Un ciangottare flebile, di tanto in tanto, come nel sonno.

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Il lungo fusto dell'umile bardana

Il lungo fusto dell’umile bardana

 Troneggiava maestosa in mezzo al sentiero abbandonato. Da quando la villa era stata chiusa, il giardino   lasciato senza cure. Ma io passavo ancora di lì per andare nei campi. Rigogliosi ciuffi d’ortica erano cresciuti ai bordi. E il grande noce era divenuto la dimora abituale di un corvo – da quale favola era uscito o io in quale favola ero entrata ?, mi chiedevo sempre quando, al mio comparire, si metteva a gracchiare furioso, insistente per allontanarmi, e senza mai perdermi d’occhio mi seguiva da pianta a pianta e poi, visto che non me ne andavo, appollaiato sulla punta di un abete secco, continuava a lanciarmi, di tanto in tanto, il suo verso stizzito e rauco. In quel luogo trasformato dall’incuria, la bardana si ergeva solitaria sul ghiaietto. Un’erbaccia (Arctium lappa) che conoscevo bene.

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Meret e l'albero di Natale

Meret e l’albero di Natale

Quella domenica pomeriggio Meret e il babbo (la mamma purtroppo era costretta a letto da un fastidioso raffreddore) decisero di andare a trovare la nonna.Dopo gli abbracci e i saluti, Meret, come al solito, corse fuori a cercare la gatta Bianca. E stava appunto perlustrando intorno a casa quando si imbatté in una verde piantina che spuntava da una fenditura del marciapiede. -  Un pino!  -  disse con stupore. E tornò in fretta dal babbo. 

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Il salotto delle cicale

Il salotto delle cicale

 Come chiacchieravano. Come chiacchieravano. Mai stanche di fare conversazione. Le cicale. Un frinire continuo. Frastornante. Dall’alba fino al buio della notte. Nascoste sui rami e tra le fonde degli olmi e dei noci. E reti dorate tessevano con quel chiacchierio incessante per catturare la luce infuocata del sole, e giocare con le ore che bruciavano come tizzoni ardenti sui campi di terra arida polverosa crepata, e riempire  l’aria di faville incandescenti. Era facile allora per gli incauti che si avventuravano fuori essere sopraffatti da tanta frenesia amorosa, dionisiaca, e cadere in quelle reti da fata morgana.

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La frutta più buona

La frutta più buona

 

La frutta più buona era quella delle nature morte. Oltre che più bella. Ne era convinta. Le mele, le pere, le albicocche, le pesche, le ciliegie…insomma la frutta che comprava al supermercato si rivelava, all’assaggio, deludente: non aveva sapore. Rare volte, miracolosamente, si avvertiva in quella polpa algida e compatta un lieve, appena accennato, pressoché impercettibile saporino dolce, del tutto insignificante, senza personalità, e senza dubbio più illusorio che reale tanto se ne andava in fretta.

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Autoritratto

Autoritratto

Se la smettessi una volta per tutte

di voler essere io a tutti i costi, se la smettessi

e docile accettassi la quotidianità così com’è

più facile e leggero sarebbe il giorno...  

senza questi grumi di rabbia, di nausea

senza immusonirmi con me stessa per aver ceduto

se la smettessi non sarei più io

 

Novembre 2016

 

Le rovine intorno a casa

Le rovine intorno a casa

 

Le rovine, qui intorno a casa, mi appaiono più o meno rovine a seconda delle stagioni e della luce che le tocca.  Oggi, per esempio, sotto la pioggia violenta del mattino, la balaustra di pietra, che separa il giardino dalla villa abbandonata, si mostra nella sua essenzialità di rovina. Rientrando dal mio giro di perlustrazione mi fermo a guardarla come non l’avessi mai vista prima. In diversi punti i pilastrini sono sospesi, vacillanti e precari perché non più trattenuti dalla cimasa caduta a terra e ricoperta fittamente d’edera e di caprifoglio. A volte, quasi per farla respirare, taglio con le cesoie quelle corde tenaci e libero la pietra che appare pallida, macchiata di verde, ricoperta di licheni, di muschi.

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Meret, i calabroni e il robottino verde

Meret, i calabroni e il robottino verde

 

 “Mamma, questa notte ho fatto un sogno dove c’erano le api, i calabroni e un robottino verde. Vuoi che te lo racconti?”

“Sì. M’incuriosisce sapere cosa c’entri un piccolo robot con le api e i calabroni. Intanto bevi il latte caldo con il miele, ho sentito che hai ancora la tosse.”

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Vento caldo d'autunno

Vento caldo d’autunno 

Anche allora c’era lo stesso vento caldo di oggi che soffiava e avvolgeva ogni cosa in miasmi di decomposizione. Le foglie gialle, strappate a manciate dai rami, vorticavano nell’aria, si disperdevano per il prato inaridito, si ammucchiavano contro le siepi. La polvere si alzava in mulinelli dal sentiero. Le arnie vuote dietro le piante ancora più tristi. Il frinire ossessivo delle cicale in quegli interminabili pomeriggi d’estate. E i gattini morti. Quello bianco e nero sotto il portico; quello tigrato contro la balaustra; quello arancione tra i cespugli del biancospino. E il vento che ne disperdeva l’odore intorno a casa.

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Il dono dell'angelo nella Madonna del latte del Correggio

 

Il dono dell’angelo nella Madonna del latte del Correggio

 

La cosa che mi attrae in modo particolare nella Madonna del latte del Correggio (un olio su tavola 68,5 x 87 cm, databile al 1524 circa e conservato nel Museo di Belle Arti di Budapest) e su cui sempre mi soffermo, è il piccolo angelo che distoglie il Bambinello Gesù dal seno della madre, già scoperto per la poppata, offrendogli, sopra un canovaccio di tela grezza, una manciata di piccole pere. E con il viso a lui rivolto e lo sguardo serio sembra dirgli: «Guarda cosa ti ho portato». Ogni volta esamino con attenzione questa piccola scena che si svolge sulla destra del quadro, sforzandomi di capire se quel pezzo di tela che accoglie il dono è parte della stoffa che avvolge il suo corpicino paffuto, o è cosa a sé stante, separata.

A spingermi verso la prima ipotesi è la linea continua delle pennellate ondulate, non spezzate, che seguono il profilo della tela. Allora, così convinta, mi piace pensare che quei frutti siano stati raccolti per caso, che l’angioletto si sia imbattuto in loro mentre andava da Gesù e non sapendo dove metterle, ecco che si era servito di parte della fascia che lo cingeva, allentandola.  (Nel secondo caso invece, il pezzo di tela disgiunto svelerebbe l’intenzione di andare alla pianta per raccogliere i frutti da portare in dono.) Subito dopo passo a guardare con simpatia i frutti offerti. Quelle pere. Le riconosco senza difficoltà. Nel podere di san Lazzaro dove ho abitato per tanti anni, c’erano alberi che davano quel tipo di pera, Pera Nobile.

Dopo aver percorso il vialetto ghiaiato che attraversava il giardino sul retro della villa, varcato il cancelletto verde, iniziava una lunga dritta carraia che portava al vigneto, al campo di grano, di patate, di cipolle (le coltivazioni cambiavano di anno in anno perché soggette alla rotazione delle semine), al pozzo, e fiancheggiata, per un buon tratto, da vecchi alberi da frutta. Meli e susini e ciliegi e ciliegi amarena e peri. Questi ultimi non solo nella varietà del Pero Nobile, come detto, ma anche del Pero Butirro. (Una pianta di butirro dalla corteccia grigia, squamata e segnata da incavi e da profonde spaccature, cresceva anche all’interno ben ordinato del giardino, in un quadrato assolato circondato dalla siepe di bosso, e io e le vespe al tempo della maturazione, a fine agosto, ci contendevamo quei frutti dalla polpa bianca succosa inarrivabile .)E in autunni sfolgoranti d’oro per le foglie delle viti che ingiallivano sui tralci e tra i filari, per i fiori dei topinambur che ondeggiavano sulle rive dei canali, si raccoglievano mele e pere. E non si stava a guardare se i frutti erano in parte marci o scavati dalle vespe o dalle formiche, ma si prendevano tutti indistintamente, a cominciare da quelli caduti ai piedi della pianta, e si portavano a casa. Al pomeriggio, in cucina, si rovesciavano i cestini sul piano di marmo del tavolo per farne una cernita: i frutti sani venivano disposti in cassette e si riponevano in cantina, al buio e al fresco; gli altri invece, puliti e sbucciati e tagliati a tocchetti e cotti nel vino, servivano per composte o torte da consumare nei giorni seguenti. Come mi piaceva fare tutto questo. Come mi piaceva uscire di casa, imboccare la carraia con il mio cestino sottobraccio. E respirare quell’odore di frutta matura, di terra, di sole, di erba, di secco, di umido. Odore d’autunno. E sporcarsi le mani. Toccare. Prendere. Assaggiare. Cogliere. Raccogliere. Le noci. Le nocciole. Le meline. Le piccole pere verdi. Le stesse offerte dall’angelo a Gesù Bambino. Gesù si gira, lascia il seno gonfio di latte della madre, scivola sul suo grembo, e con la manina aperta sembra voler toccare, afferrare qualcuna di quelle piccole pere dal lungo picciolo. La buccia è verde, la polpa ancora troppo dura per essere mangiata, anche se qualcuna si rivela già matura per quei deliziosi tocchi di giallo, di rosso acceso. Che le fa assomigliare alle ciliegie. Ma non sono ciliegie.  Quel rosso non prefigura la passione e la morte di Gesù. Quei frutti ancora acerbi (la polpa soda si presta ad essere maneggiata) vogliono essere dei giochi, sono dei giochi colorati in cui tuffare le manine paffute, prenderli, mescolarli, offrirseli, scambiarseli. Provare anche a portarsi alla bocca le perine più mature (quelle con il segno giallo e rosso sulla buccia), provare a morderle, a succhiarne la polpa facendo piccole smorfie perché il succo conserva un che di brusco alla fine, che quasi lega in bocca. E allora ecco prorompere come polla d’acqua il riso infantile e complice del Bambinello Gesù e dell’angelo sotto lo sguardo indulgente della Madonna. Lasciarli giocare questi due bambini. Con quelle piccole pere verdi. Come giocano i bambini. Ignari. Felici.

  

In ALI (Associazione Liberi Incisori di Bologna) 2022, Nello spirito del Correggio

 

 

Senza gli alberi della catalpa

Senza gli alberi della catalpa

 

È primavera. Senza gli alberi della catalpa. Segati e tagliati senza misericordia. Lo stradello, che dalla villa porta all’uscita, dov’erano trionfanti, vuoto e desolato. Come fosse caduto un sipario appaiono le facciate delle case con i balconcini ingombri di cianfrusaglie: sacchi dell’immondizia, vasi di fiori secchi, stendini, giochi di bambini sbiaditi dal sole e dall’acqua, antenne paraboliche, condizionatori, a volte, con le finestre aperte, l’interno delle cucine, delle camere da letto. 

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I ragni

 I ragni

 

Ragni, in casa, ce n’erano di sicuro. Eppure, anche se da giorni pioveva, e l’aria fuori era umida e pesante, e nelle stanze si percepiva la stessa opprimente umidità - e questa, lo sapeva per esperienza, era la condizione ideale perché i ragni si mostrassero - ancora non ne aveva visti.

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la scrittura è una sirena

La scrittura è una sirena

 

Cerchi di resistere. Oggi non vuoi lavorare alla scrittura. La giornata è chiara e dolce. Invita ad altro. Ad uscire. Ci sono le amarene da raccogliere. Farne una composta per la colazione del mattino. Girare per il podere con il cestino infilato al braccio. Andare da un albero all’altro. Alcuni sono facili da raggiungere e da spogliare, altri emergono a stento dal selvatico. Quasi nascosti. Scampati alla vitalba dalle liane lunghe e pendenti come sartie ingentilite da fiori bianco-verdognoli e leggermente profumati (com’è lontano il tempo in cui se ne facevano coroncine da mettere in testa per adornarsi), ma sotto è un groviglio impenetrabile.

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Abili le formiche

 

Abili le formiche a sfarinare la terra

le cicale la luce 

il tempo questi giorni senza grazia

 

 

 

 

La stufa di maiolica

La stufa di maiolica

 

Sfioro con sguardo carezzevole la mia stufa di maiolica. Prima di andare a letto. Le sere d’inverno. Non vorrei uscire dalla mandorla del suo tepore dorato. Non vorrei. Bastano pochi passi e l’ombra fredda già mi tocca con polpastrelli gelati. Torno indietro. Indugio seduta in poltrona con il libro chiuso tra le mani. La guardo. Non vorrei andarmene. Ma è tardi. È notte fonda. Ritento. Mi alzo. Mi fermo davanti a lei. Vicino a lei. Mi appoggio a lei. L’abbraccio. La testa adagiata sul piano liscio come su una spalla. Il suo tepore mi avviluppa. Mi invade. Madre.

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Il cerchio di ferro e la scala celeste

Il cerchio di ferro e la scala celeste

 

Era tutta la mattina che lavorava in giardino. Il sole era caldo, l’aria tersa, si stava bene. Comunque aveva deciso di smettere, incominciava ad essere stanca e c’era il pranzo da preparare. Nel ritornare verso casa passò vicino alle arnie abbandonate i cui tettucci zincati, luccicanti come specchi per il sole che li colpiva, le erano parsi, da lontano, come un richiamo.

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Zampe di gallina

Zampe di gallina   

“Gusti da contadini” non si tratteneva dal dire la madre, sarta, ogni volta che entrando in cucina li sorprendeva vicino alla stufa: lei, con il piatto in mano, in attesa che il padre, intento a rimestare con la schiumarola nella grande pentola dove sobbolliva con sedano carota e cipolla la gallina della festa, le servisse la prima zampa che tirava su da quel brodo profumato e grasso.

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Il maglione di Natale

Il maglione di Natale

 

Sollevò gli occhi dal libro e incontrò il sonno beato della gatta sulla sedia vicino alla stufa. Acciambellata sul maglione rosso russava. Forse sognava. Il maglione era di un bel rosso. Quale rosso, di preciso? Ce n’erano un’infinità. Passò in rassegna i più facili che ricordava : rosso pompeiano, rosso cardinale,  rosso lacca, rosso carminio, rosso granata,  rosso porpora, rosso rubino (ah, l’eleganza del rosso rubino! le sue gradazioni!) rosso Tiziano…A questi aggiungeva il rosso Grenadine, che rimandava alla colorazione del susino rosso giapponese (rosso intenso sul 95% della superficie con un fondo giallo) visto alle sfilate New York-Londra-Milano-Parigi, eletto, in quell’inverno ormai lontano, Rosso Pantone (istituzione mondiale del colore), e che lei ricordava perfettamente.  

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Chiudere le finestre al pomeriggio

Chiudere le finestre al pomeriggio

Non era un po’ presto per chiudere le finestre? Le giornate si erano allungate e si poteva godere più a lungo di quella luce nuova, fresca, pulita. Allora, perché?

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è presto

 È presto.

Tutto del giorno deve ancora accadere

anche le parole

 

La vecchia con il machete

La vecchia con il machete

 

Aveva sentito delle voci e delle risa dietro le spalle. Si era girata. Un gruppo di ragazzi stava risalendo la strada. Non più di una decina, le era sembrato. Adesso, fermi e con le braccia uno sulle spalle dell’altro, si erano piegati, per quanto poteva immaginare, a guardare lo schermo di un telefonino. E un nuovo alto scoppio di risa era seguito a quel breve momento di silenzio. L’intreccio dei corpi si era sciolto, disperso come un soffione di tarassaco investito dal vento. Poi, sempre chiacchierando e ridendo, e con una certa indolenza nel passo, avevano ripreso ad avanzare lungo il marciapiede e la pista ciclabile. E lei era tornata ad aprirsi un varco con il machete nella sterpaglia secca e pungente che riempiva il canale.

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Ma quanto è bello il brutto tempo

Quanto è bello il brutto tempo

 

Doveva ringraziare il brutto tempo. Per lei bellissimo. Con la pioggia, il “fuori” non la distraeva, non la tentava: il sole non picchiava alle finestre, non invitava a uscire, non mostrava negligenze e disordine in angoli bui e polverosi della stanza sollecitando interventi. Lavorare con la pioggia era una gioia.  Altro che cattivo umore, depressione, irritazione, stanchezza. Tutto il contrario.

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Il prezzemolo nell'orto delle fate

Il prezzemolo nell’orto delle fate

 

La mamma è ammalata, e anche i fratelli lo sono. Se ne stanno tutti a letto nella grande camera - in origine un salone - divisa in due da un paravento di carta a fiorellini rosa e azzurri: nella parte più ampia c’è il letto matrimoniale, l’armadio, la specchiera, nell’altra dormiamo noi. Tocca al babbo preparare da mangiare.

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Labirinto domestico

 

Labirinto domestico

 

Se ne sarebbe andata? Avrebbe lasciato la casa? C’erano giorni in cui faceva fatica a viverci, si sentiva un’estranea, un’ospite poco gradita. Soffocava nel suo chiuso perimetro.

Si affacciava alla finestra. Guardava i gatti coricati sul selciato, sulla balaustra, indolenti e pigri al sole. Le siepi di bosso così ordinate. Le ombre. Ascoltava il vento tra le fronde degli alberi. Era bello. Lì c’era tutto. E non doveva parlare. Non doveva muoversi. Si immaginava statua di pietra in quel giardino ombroso e umido. Macchiata di licheni. I piedi affondati nel muschio. Muschio tra le dita dei piedi. Stare in quella immobilità e in quel silenzio era la sua dimensione. Quella vera. Autentica. Si sentiva leggera. Mondi le si aprivano in quel cielo azzurro, tiepido. Parole d’amore portava l’aria.

Si riscuoteva. Devo preparami qualcosa da mangiare. La fame mi distrae. In cucina apparecchiava. Il piatto. Il bicchiere. Il pane. Preparava un cibo qualsiasi. Facile. Mangiava in silenzio. Lentamente. Come aveva imparato nel grande bianco refettorio del collegio dove si sentiva solamente il rumore appena accennato delle posate sul piatto, inevitabile dal momento che le giovani collegiali erano più di cento.  La minestra era acquosa. La pastina aveva la forma delle lettere maiuscole dell’alfabeto, poche cucchiate e già era finita. Lei provava a farla durare cercando nel brodo le lettere del suo nome per comporlo sull’orlo del piatto. A N N A. Mangiarlo per ultimo. Mangiare il proprio nome. Mangiarsi. Nutrirsi di se stessi. Ecco cosa era la sua scrittura. Allora non lo sapeva ancora. Conosceva però la fame e i suoi artigli sfoderati; la fame che non si placava con le tre fette trasparenti di salame che seguivano la pastina in brodo e la mela mangiata con il pane. Aveva sempre fame. Era seccante avere un corpo. Perché non doveva bastare un bicchiere d’acqua? Un pezzo di pane rubato dal sacco dove veniva gettato quello avanzato e raccolto dai tavoli? Mangiare come le sante. Le mistiche. Che si nutrivano solo di Dio. Come lei della sua scrittura. Il fastidio della fame e del mangiare le era rimasto. (Punire il proprio corpo. Ma perché?) A volte proprio non sopportava la cucina dove avvenivano le misteriose alchimie dei sughi, degli arrosti, dei bolliti, delle paste al forno, delle frittate. Anche se c’era qualcosa di affascinante nella mutazione degli elementi. Qualcosa di alchemico. Che lei però non voleva conoscere (la madre era un’ottima cuoca), e ne stava lontana, non osava avvicinarsi, e respingeva.

Altre volte invece la luce del giorno non le diceva niente. Anzi, la infastidiva. La trovava ordinaria. Senza qualità. Faticosa. La bellezza del giardino l’intimoriva. Girava per le stanze. Un labirinto senza segreti. Saliva nello studio. La sua tana. Stava nel disordine della stanza circondata da libri quaderni giornali; le sembrava che solo in quel disordine di carta potesse nascondersi. Fare perdere le sue tracce. Essere libera di pensare. Le intuizioni migliori le venivano esplorando quella muta stratificazione: leggeva, sottolineava, ritagliava, incollava. Scriveva.

Quando non riusciva a lavorare si sdraiava per terra. Le dava sicurezza il contatto con il pavimento. Era un punto fermo.

Le pareti dello studio non erano più bianche come all’inizio quando erano state appena tinteggiate, ma opache per la polvere, e le ragnatele negli angoli scuri. Sorrideva al ricordo di se stessa quando tanti anni prima, entrata in quella casa, voleva dipingere a trompe-l’oeil la scala che dall’ ingresso portava al primo piano sfruttando la luce che entrava da un’alta finestra. Erbe e viole e margherite sotto un cielo teneramente chiaro. Rami di acacia con grappoli di fiori color avorio. Uccelli in volo e farfalle. La scala doveva trasformarsi in un sentiero che si inoltrava in un giardino paradisiaco. In cucina invece sarebbe bastato tratteggiare un vaso di cotto con un alberello di limoni appoggiato a un davanzale fittizio. Adesso quel sogno le appariva ridicolo. Il desiderio ingenuo di una bambina.

(C’era sul cassettone la fotografia della sua Prima Comunione con la madrina in tailleur e cappello e guanti. E lei vestita come una principessa con un abito di raso lungo fino ai piedi sontuoso, cucito dalla madre. Con la cuffietta e il velo e il libricino di madreperla tra le mani giunte, le labbra serrate a trattenere un sorriso. Perché trattenerlo? Si domandava ogni volta che guardava o pensava se stessa in quella fotografia.  Perché non mostrare la felicità che aveva provato fin dal mattino quando la madre l’aveva lavata e vestita. Osservando bene però, gli occhi tradivano l’intima felicità di quella bambina, la bambina che era stata. Andandosene da casa l’avrebbe portata con sé. Non l’ avrebbe  abbandonata. L’amava.)

Ma era bastato un tempo davvero breve per rendersi conto che la casa che immaginava (la casa delle fate?) altro non era che l’espressione di un desiderio infantile e che tutta la sua forza, il suo coraggio bastavano appena per opporsi all’indifferenza. Al disamore. Alla dimenticanza. Per restare in vita.

Sentiva sotto i polpastrelli la polvere del parquet, la ruvidità del tappeto. Immobile in quel silenzio le sembrava di percepire il lavorio dei tarli nel legno dei mobili, ne scopriva le tracce nel legno sfarinato come la sabbia finissima che fluiva nella clessidra del tempo. Il Tempo. Niente sarebbe rimasto. Non solo della sua piccola vita. Ma anziché dolore la consapevolezza di quel nulla le infondeva una rassegnazione dolce. Provava gratitudine per quel tempo che tutto avrebbe corroso, trasformato, sepolto, divorato, inghiottito, cancellato. Deserti. Dune di sabbia in movimento perenne. Lei non ci sarebbe più stata. Ossa frantumate sotto gli zoccoli del tempo.

E il bisbigliare continuo delle cose intorno. La loro presenza. Il fastidio che le procuravano le cose. Non solo dello studio. La noia di tutte le cose che affollavano la casa. Gli armadi nella camera da letto che intravedeva dalla porta aperta, per esempio. Aprire gli armadi era diventato pauroso. Cercare, frugare, sostituire, togliere, rimettere, incellofanare. Riporre. Cappotti, gonne, abiti, maglioni. Scendere in quella miniera in disuso. Gli abiti come pipistrelli appesi a testa in giù, addormentati nel loro grigio bozzolo di plastica. (Dov’era finita la camicetta color malva con il fiocco? E il tailleur nero con i bottoni gioiello? E la spilla a canestro con fiori traboccanti perché non era nel cofanetto?) Scavare. Rimescolare terra morta. Terra secca. Buttare tutto all’aria. Arrendersi. Meglio fuggire. Si immaginava vagabondare per le strade della città infagottata, stracciata, disadorna, una barbona con le sue sporte di carta, i suoi libri sgualciti e unti, i suoi giornali vecchi e stropicciati raccatati qui e là per la strada, i suoi pezzi di pane. Finalmente libera. Ma lo sarebbe stata davvero? Ne dubitava. No. Non sarebbe stato così. Ne era certa. L’unica libertà che le sarebbe stata data era quella di morire. In qualche chiesa. Rannicchiata tra i banchi, dietro a qualche altare nascosto, umido e buio. Povera vecchia.

Per eludere quel senso di sconfitta irrimediabile che certi giorni si sentiva addosso, che come un parassita si nutriva di lei, del suo sangue, cercava una via di fuga fissando lo sguardo su un’antica tela dell’Ottocento appesa alla parete, rischiarata dalla luce che entrava dalla finestra. Dove una Venere nuda rosa e opulenta sedeva su una barca che solcava il mare tirata da delfini e Tritoni, e Marte, al suo fianco, che le indicava un palazzo sull’isola che stavano per raggiungere e dove avrebbero alloggiato sontuosamente, e fatto l’amore con desiderio incontrollato. Questo suggeriva il quadro. Ma era il mare a piacerle. Quel mare le dava conforto. Per questo lo cercava. Mai la deludeva. La vastità di quel mare. Tuffarsi in quel mare. Nuotare. Nuotare fino a quell’isola. Coricarsi sulla sabbia, asciugarsi al sole. Conchiglia di madreperla che proteggeva il mollusco del cuore, e custodiva il rumore eterno del mare. Chiudeva gli occhi. Si assopiva con il rombo del mare nelle orecchie.

Quando si riscuoteva da quel torpore la luce nella stanza era cambiata. Ombre si annidavano negli angoli. Le si affollavano intorno come una fresca brezza. Si alzava. Intorpidita, ma non più così triste. Sentiva, intimamente, di aver abbandonato quel luogo di desolazione e di infelicità. Quel labirinto domestico dove aveva vagato smarrita per gran parte del giorno non le creava più turbamento. Andava alla finestra. Il giardino, in basso, aveva corridoi bui tra le siepi, ma in alto, in quel golfo racchiuso tra le fronde dei tigli e degli olmi, il cielo le comunicava un senso di calma e di serenità come un mare in bonaccia, lo stesso mare che l’aveva portata fino lì, cullandola. Allora, riconoscente, si inginocchiava davanti a quello che vi era di meraviglioso e di misterioso in quel cielo. In  quella vita. Che non cessava di stupirla. E che era la sua.

 

in ALI (Associazione Liberi Incisori) n.30, 2021-  Labirinto, dal carcere al piacere

 

 

 

   

 

 

Vecchi fantasmi

Vecchi fantasmi

 

Aveva lasciato che la macchina si allontanasse. Poi aveva incominciato ad affrontare la salita camminando ora sul bordo della strada ora al centro, sopra una sottile striscia di ghiaia, perché le scarpe di vernice nera non erano adatte ad affrontare quella carraia infangata e sconnessa. Lo sapeva. Ma le colline intorno – le colline della val Trebbia che ritrovava dopo tanto tempo – con la distesa dei vigneti sottostanti, belli e seducenti anche se spogli, l’avevano spinta a farlo.

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Il cespuglio delle rose centifolia

Il cespuglio delle rose centifolia

 Il cespuglio delle rose centifolia era magnifico. Opulento. Illuminati da stami dorati, i fiori doppi, dal colore rosa intenso, nella pienezza della fioritura e scaldati dal sole, emanavano un profumo inebriante. In ginocchio, con guanti e cesoie, lo stava ripulendo dai rami secchi e dai germogli di amarena che vi erano cresciuti in mezzo confondendosi tra il fogliame. Rispetto agli altri cespugli di rose, a questo prodigava più attenzioni, più cure perché era il suo preferito. Perché ogni anno, al tempo della fioritura, la sua bellezza la sorprendeva. E quella mattina il sentore tiepido di verde, di legno, di terra bagnata che vi aleggiava intorno donava sfumature così conturbanti al suo profumo che a tratti interrompeva il lavoro per respirarlo, ingorda, con gli occhi chiusi.

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Il frigorifero vuoto e la luce bianca

Il frigorifero vuoto e la luce bianca

 

Il frigorifero era vuoto. Grazie a Dio. Erano occorsi diversi giorni, ma alla fine eccolo piacevolmente vuoto. Si poteva aprirlo senza ansia. Senza inquietudine: i ripiani erano quasi del tutto sgombri di alimenti. Che sollievo. Restava qualcosa qui e là, ma niente di assillante: tre lattine di Coca-Cola (in fila, una dietro l’altra, richiamavano le pompe di benzina rosse dipinte da Hopper) tenute in fresco per gli operai che lavoravano alla posa dei tubi del gas, un pezzetto di Parmigiano, o meglio una crosta di Parmigiano (il cuore morbido della sua polpa se ne andava in fretta) che, benché rinsecchita, non si doveva buttare, una vera prelibatezza, ma aggiungere, dopo averla lavata per bene e aver grattato la parte esterna con il coltello, intera o a cubetti a un minestrone, una zuppa, un brodo per insaporirlo; metà vasetto di marmellata alle fragole,  cioccolata fondente che sporgeva dalla stagnola lacerata; una carota avvizzita, una foglia d’insalata, due fagiolini disidratati nel cassetto della verdura; nello sportello il brick del latte, quello del succo di frutta, una bottiglia di limoncello (non finito) dell’estate precedente che non creando problemi di scadenza si poteva tranquillamente ignorare ancora per qualche mese quando, pressati dal caldo (l’estate si annunciava torrida) ci si sarebbe di nuovo rivolti a lui per soddisfare quell’improvviso desiderio  di refrigerio e di  gusto, se non proprio esotico, almeno  insolito, da cui si veniva colti; una bottiglia di acqua minerale; in alto, vicino alle due ultime uova, la crema idratante per il viso e il siero contorno occhi conservati al freddo su consiglio dell’estetista.  Questi rimasugli, e poco altro, inondati di luce bianca e fredda quando apriva lo sportello del frigorifero, apparivano lontani e remoti come asteroidi. Finalmente innocui. Perché, contro ogni buon senso, doveva confessare che il momento peggiore del suo rapporto con il frigorifero si manifestava quando l’elettrodomestico esibiva sopra ogni mensola, con soddisfazione e orgoglio, la merce appena comprata e disposta con cura. (Anche se, per la fretta, non sempre così diligentemente.) Sul piano superiore metteva gli yogurt, il formaggio, la panna; nella zona centrale, dove la temperatura era maggiore, gli affettati, le verdure cotte, gli avanzi, i prodotti con la scritta”dopo l’apertura conservare in frigorifero”; in basso i cibi crudi, il pollame, mai il pesce. Era allergica. Tranne che per i pesciolini pescati da suo padre in Trebbia, che avrebbe potuto mangiare tranquillamente anche adesso senza conseguenze. (In estate, al pomeriggio, quando il babbo usciva dall’ufficio, lei lo accompagnava al fiume. E si sedeva sulla riva sassosa a guardarlo mentre immergeva la bilancia nel fondone. Ricordava i pesci argentati che saltavano là in alto, al centro della rete, le volte che la ritirava. Messi nel secchio arrivavano freschi a casa dove la mamma, brontolando, riponeva di mala voglia il lavoro di cucito, e li puliva – anche se dei più piccoli si mangiava tutto compresa la testa e la coda – sventrandoli con le forbici. Il dover usare le “sue” forbici, quelle da sarta – no, non ne ricordava altre – per sventrarli sopra un foglio di giornale steso sul secchiaio e squamarli – le squame brillavano sulle sue mani e sulle lame tra fili di sangue –, la indispettiva sopra ogni altra cosa. Dopo averli sciacquati a lungo sotto l’acqua corrente, li infarinava, e li friggeva in abbondante olio bollente. Che bontà quella frittura.) Nel cassetto in fondo: verdura fresca e frutta. Tutta quella roba stivata che si mostrava, si pavoneggiava, ammiccava persino come fosse ancora negli scaffali o dietro il vetro protettivo dei banconi del supermercato, le faceva paura. “Tutta quella roba” aspettava di essere consumata con criterio e metodo. Per questo bisognava vigilare costantemente sui cibi disposti solo all’apparenza benevoli, provvedere a consumarli nel momento del loro massimo fulgore, della loro freschezza e bellezza, quindi non perdere di vista – mai – la data di scadenza. Per non sprecarli. Vederli trasformarsi in veleni sotto i nostri occhi.

Quel vuoto alimentare che si mostrava adesso all’aprire il frigorifero era così tranquillizzante, così rasserenante che avrebbe rimandato la spesa. Mantenersi fedeli ancora per un po’ di giorni a quel piacere segreto. Anche se breve. (Niente paura. All’occorrenza poteva sempre contare su un cibo innocente come le patate bollite con un ricciolo di burro. Come faceva il babbo.)

 

in Gazzetta di Parma 26 settembre 2021

 

 

 

Il mio gatto è un unicorno

Il mio gatto è un unicorno 

Quando tengo in grembo il mio gatto Pandus dal folto mantello bianco, dalla lunga magnifica coda anch’essa bianca -  le due piccole macchie nere sulle orecchie e attorno agli occhi che gli valgono il nome del noto mammifero,il Panda, in più latinizzato, si notano appena -  ben proporzionato e agile mi viene spontaneo considerarlo un unicorno.

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Il facile inizio del suo romanzo rosa

Il facile inizio del suo romanzo rosa

 

I rami secchi dei noci, dei tigli, dei pruni selvatici caduti per il vento erano stati tagliati. Adesso, quei pezzi di legna buoni per l’inverno, bisogna portarli al riparo, non farli bagnare dalla pioggia, attaccare dai funghi e dalle muffe, sfarinare dagli insetti. Così ogni giorno andava con la carriola, la riempiva, tornava al portico, li impilava contro il muro. Non c’era bisogno di frequentare una palestra, quella era la sua ginnastica quotidiana.

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Meret e la pianta del pungitopo

Meret e la pianta del pungitopo

 

“Nel pomeriggio andremo a prendere il pungitopo, ormai è Natale. Mi piace avere in casa qualcosa di verde che ci accompagni durante le feste. E il pungitopo è la pianta giusta, con il suo colore verde intenso e lucido, le sue foglie aguzze, dure e pungenti richiama la durata, la sopravvivenza, la prosperità: è davvero un simbolo di buon augurio.“

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Oggi no

Oggi no

  

Oggi no, non riordinerò quel cassetto

con le ricevute, gli estratti conto, le bollette

magari domani.

Ho seguito la traiettoria di una ghiandaia 

in una luce verde acqua.  

Sono per quel volo tra le rose.

Andare incontro alla primavera

Andare incontro alla primavera

 

Aveva raccolto erbe novelle, cicoria, ortiche che ricoprivano fittamente il prato. Ne avrebbe fatto una insalata, una frittata, un infuso, una zuppa. E il mazzetto di fiori gialli e amari del tarassaco lo avrebbe messo in un bicchiere sul tavolo della cucina. Tutto questo andava bene. Ma non bastava.

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Un posto per leggere

Un posto per leggere

 Sfogliava con curiosità i supplementi illustrati dei quotidiani. C’erano cose davvero belle da vedere. Soprattutto le case. Che spesso richiedevano anni e anni di ristrutturazione conservativa “supportata da studi importanti di architettura”. Le piaceva soffermarsi sugli interni, favorita in questo dalle fotografie a colori che corredavano il testo.

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Povera bambina

Povera bambina

 

 Aveva cercato nei cassetti dell’armadio, del comò, del cassettone, nell’armadietto del bagno, nel cestino porta cucito... Aveva stanato da ogni possibile nascondiglio - come un cacciatore la selvaggina - quei modesti gioiellini d’oro che, portati per un tempo breve e subito dimenticati, erano rimasti poi, per anni, adagiati sopra un quadratino di ovatta rosa, di spugna bianca nelle loro piccole bare di cartone goffrato, di plastica leggera, chiusi nei loro sacchetti di camoscio, di velluto, di panno lenci. Ne aveva fatto un mucchietto, patetico, al centro del tavolo in cucina.

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Meret e i crochi

Meret e i crochi

 

Meret gironzolava per il giardino con il suo inseparabile bastoncino di nocciolo. E scompigliava allegramente i mucchi delle foglie secche che incontrava. L’aria era fredda malgrado il sole che splendeva nel cielo limpido; le cime dei monti all’orizzonte erano coperte di neve, e gli alberi del parco, spogli e silenziosi, ancora addormentati. Nel viale che portava al cancello si imbatté nel salice spezzato dal vento.

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Le ali gialle della farfalla

Le ali gialle della farfalla

 

Mi imbattei in lei un mezzogiorno canicolare di metà luglio. Era nell’erba. Le ali aperte. Grande. Bellissima. Mai, in tanti anni che abitavo lì in campagna, l’avevo vista. Mai. Non volò via neppure quando  mi avvicinai, e mi piegai su di lei. Era già morta. Essiccata.

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Meret e il regalo di Natale

Meret e il regalo di Natale

Erano iniziate le vacanze di Natale. Meret si alzava un po’ più tardi del solito, faceva colazione e subito dopo  andava in cerca di muschio  per fare il Presepe. Quella mattina, con il cestino infilato al braccio, si era diretta verso un angolo del parco poco frequentato con la speranza di trovarlo“come intendeva lei: bello grasso elucente”. Arrivare fino là, dove un’alta recinzione segnava il confine tra il paco e il quartiere nuovo, era anche “molto avventuroso” perché bisognava attraversare una fitta selva di giovani germogli che s’impigliavano agli abiti e tiravano da tutte le parti quasi volessero trattenerla; e fare attenzione a non incespicare nei tralci della vitalba nascosti nell’erba umida.

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Le nove del mattino e la neve che scende

Le nove del mattino e la neve che scende

 

Nevicava. Una luce morbida entrava dalla finestra e illuminava la stanza con un debole chiarore. Così intima e discreta che non infastidiva per niente. Perché non approfittarne? Tanto più che la stufa – una di quelle grandi stufe tirolesi in maiolica fatta installare al momento del restauro della casa, quasi più per capriccio che per un utilizzo vero e proprio – era ancora tiepida, e c’erano braci sotto la cenere.

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Estate sonora futurista

Estate sonora futurista

 

L’estate entra dalla finestra aperta. La notte. Nell’alveo buio della via Emilia il rumore del traffico scorre monotono, uniforme quando d’improvvido il sound di una moto arriva e in piena accelerazione Vrooooom lo taglia orizzontalmente e Ooooomm svanisce in una sofficità di bambagia.

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Meret e l'Orchis purpurea

Meret e l’Orchis purpurea 

 

- Mamma, presto, vieni a vedere.

 Meret aveva fatto irruzione in cucina e ancora ansimante aveva preso per mano la mamma e la tirava verso la porta.

- Cosa c’è di così urgente da vedere? Non puoi aspettare? Devo finire di preparare il sugo per la pasta. È tardi.  

-No. Devi venire subito - insistette Meret tenendola ben stretta.

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Rendere testimonianza

Rendere testimonianza

 

La prima a incominciare è stata la credenza. Ma andiamo con ordine. Tutto è iniziato con uno schiocco dietro le mie spalle. Interrompendo la lettura ho alzato la testa. Silenzio intorno. Le cose quiete, al loro posto. Ho ripreso a leggere. Ma un altro schiocco, simile al primo per intensità e potenza, è esploso subito dopo a poca distanza dalla poltrona. Provenivano forse dal portico? Mi sono alzata. Ho aperto la finestrella. La catasta di legna, lo stendino, le seggiole di plastica, la carriola, la vanga il rastrello la scopa… nell’ordine consueto.

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Alla mamma piaceva Modì

Alla mamma piaceva Modì

 

Abbiamo vissuto per anni con un Modigliani in casa. In cucina per la precisione. Il ritratto di una giovane donna dal viso ovale, dal collo allungato, dagli occhi a fessura pieni di colore. L’avevo dipinto io.

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Gli orecchini verdi nel cassetto

Gli orecchini verdi nel cassetto

 

“Furono aperte due casse a lungo riposte in un luogo segreto di Monte Giordano. Si trattava delle cose più preziose appartenute ai corredi della madre Francesca e della nonna Costanza (…) Di fronte ai loro occhi si dispiegarono leggeri, quasi avessero vita propria, camicie e fazzoletti di seta con preziosi ricami d’oro e d’argento, impalpabili cuffie di rete dorata, nastri di seta di ogni colore, morbidi panni da spalle, asciugamani di seta con ricami colorati e frange d’oro, lenzuoli di finissimo lino. L’oro risplendeva in ogni cosa (…)”

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Cercare in soffitta le statue dei Re Magi

Cercare in soffitta le statue dei  Re Magi  

“Grande attesa vi è per il volume 12 che proporrà per la prima volta in cartaceo un corpus di varie centinaia di lettere scritte da Martha Musil al marito (Robert Musil) di stanza a Bolzano tra il 1914 e il 1916, ritrovate casualmente in una soffitta nel 1980”.

“Pochi mesi fa Jan Kaiser trova nella casa del bisnonno a Bila Tremesnà (Repubblica ceca) uno scatolone abbandonato e sopravvissuto a due guerre mondiali. Dentro la sorpresa: foto (con tanto di data e ora di ogni scatto) planimetrie e il diario di Krusina (La storia della strada dei Cento giorni)”.

”Un vaso cinese del XVIII secolo, dimenticato da decenni in una scatola di scarpe in una soffitta francese è stato battuto all’asta da Sotheby’s, a Parigi, per 16,2 milioni di euro, un prezzo superiore di oltre 30 volte la stima iniziale di 500mila euro. Gli esperti della casa d’aste hanno affermato che il pregiato vaso di porcellana “Imperial Yangcai Famille-Rose” sarebbe stato fabbricato per l’imperatore della dinastia Qing Qianlong.” (Questo ritrovamento le piaceva moltissimo.)

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Meret e le cimici

Meret e le cimici

 

Meret era sempre contenta quando la mamma decideva di lavorare in giardino, e quella mattina vedendola slacciarsi il grembiule e dirle di prendere la carriola dal capanno degli attrezzi che avrebbero potato il glicine, saltellò dalla gioia.

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Trittico in morte del bosso( 1°parte)

Trittico in morte del bosso (prima parte)

(La siepe di bosso e le larve della piralide)

 

Non ce l’avrebbe fatta a vincere le larve della piralide che avevano assalito il bosso.  Quando si era accorta di loro -  nemico che se ne stava nascosto all’interno della siepe, silenzioso come i Greci nella pancia del cavallo - era ormai troppo tardi. Troia era caduta. Così sarebbe stato del bosso. La lotta era impari. Loro - larve della Cydalima perspectalis - ingurgitavano foglie insonni infaticabili fameliche. E avanzando man mano dal profondo del cespuglio verso i rami esterni per trovare nuovo alimento, venivano allo scoperto, si mostravano. La siepe - un patrimonio di bosso rigoglioso e splendido: in estate i rametti nuovi di un verde tenero si staccavano dal resto coriaceo e scuro come piume leggiadre, in inverno piegato dalle nevicate mostrava una bellezza flessuosa - stava morendo. A niente riuscivano i trattamenti con insetticidi spruzzati tra i rami, sopra e sotto le foglie dove loro, maledetti diavoli verdi, se ne stavano acquattati. E mangiavano. Mangiavano. Mangiavano. Come odiava quelle larve! Di un odio vero. Profondo. Incandescente.

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Le cesoie e il taglio dei germogli del glicine

Le cesoie e il taglio dei germogli del glicine

 

A volte faceva delle cose stupide. La colpa, in quel caso, era delle cesoie. Un bisogno di tagliare quando le si aveva in mano. Aveva già tagliato i numerosi polloni ai piedi del tiglio. Quelli degli olmi che spuntavano dal tronco, piantine selvatiche dappertutto, che bisogno c’era di insistere su quei lunghi germogli di glicine diretti senza incertezze sotto il portico?

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Borges, Ricci e il Labirinto

Borges, Ricci e il Labirinto

 

Ho conosciuto (qui nell’accezione di vedere) Jorge Luis Borges in occasione della colazione sull’erba offerta da Franco Maria Ricci al grande argentino (con lui aveva ideato la Biblioteca di Babele, collana di letteratura fantastica) nella sua casa di campagna La Masone. Sabato 30 Aprile 1977. Ore 13,30. La giornata era bella. Piena di sole. Di tepore. Quando sono arrivata (era venuta a prendermi Laura, ora moglie di Franco, al Castello di Fontanellato dove lavoravo perché io non guidavo) La Masone era  avvolta da un insolito brusio di alveare.

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L'attesa nel bar pasticceria

L’attesa nel bar pasticceria

 

Erano anni che non entrava in quel locale. A ricordarglielo d’improvviso era stata la vista di una  famosa attrice, ritratta sorridente e  con un pacchetto di dolci ben confezionato tra le mani, proprio davanti ai vetri smerigliati e agli ottoni  lucidi della pasticceria. E una nostalgia struggente l’aveva invasa.

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