Una rete dorata

Una rete dorata

 

 

Finalmente era arrivata. Dalla fermata dell’autobus fino alla porta di casa aveva percorso quasi correndo il sentiero ricoperto di ghiaia, mettendo anche la borsa a tracolla perché non l’intralciasse. E così impaziente era di indossare il capo appena acquistato in un negozio del centro che aveva attraversato l’ingresso e salito le scale al buio per andare subito in camera da letto: voleva provarlo, guardarsi nel grande specchio dell’armadio. Una sola occhiata le bastava per rendersi conto se un abito le donava o meno, se la rendeva elegante o invece goffa, ridicola. Il merito di questa consapevolezza lo doveva agli insegnamenti della madre, sarta dal gusto sicuro e impeccabile.

 

   Accese tutte le luci della stanza aveva preso il pacchetto dalla lussuosa confezione natalizia. Tolto il rametto di pungitopo, sciolto il nastro rosso d’organza, l’aveva scartato con attenzione per non sgualcire la carta che l’avvolgeva (nutriva una vera passione per le carte da regalo che conservava ben stese in un cassetto del comò) di un rosa satinato brillante come la luce siderale di una stella lontana. Sbarazzatasi con impazienza della giacca, della camicia, del reggiseno l’aveva infilato.

    «No» disse ad alta voce scuotendo la testa e stringendo le labbra in una smorfia. «Non posso metterlo. Mi rende volgare.» Quel corsetto di velluto rosso rubino senza spalline, con sagoma a punta, le coppe dei seni impunturate, tempestato sul davanti di paillettes e cristalli che dovevano conferire a quel capo un che di estroso e di raffinato allo stesso tempo, su di lei stonava. Non era una sorpresa. In fondo sapeva di averlo comprato non per sfoggiarlo la notte di capodanno, ma per quel brivido inaspettato che l’aveva attraversata fermandola sulla porta del negozio mentre stava uscendo. Si era girata, e tornando indietro aveva risposto: «Forse hai ragione: la misura più piccola dovrebbe andarmi bene. Lo prendo».

   Se chiudeva gli occhi e affondava il viso in quell’indumento leggero, impalpabile, che si era tolto e stringeva tra le mani, la voce della commessa che la chiamava pronunciando «con quel timbro di voce il suo nome proprio» l’aveva trapassata come una lama di luce balenata d’improvviso nella profondità più buia e inaccessibile del suo essere. E in maniera misteriosa, alchemica l’aveva trasmutata nella bambina che era stata una volta. E se quella donna che conosceva da anni, in fondo ordinaria e truccata troppo pesantemente e sulla quale non aveva osato alzare gli occhi, le avesse scompigliato i capelli con gioiosa tenerezza come faceva suo padre quando tornando dall’ufficio la chiamava e lei gli correva incontro per prendergli la borsa e il giornale, non se ne sarebbe stupita. E come allora – il viso contro la sua giacca – avrebbe riso un riso felice di bambina.

   Fingendo curiosità per le camicette con le maniche a sbuffo, per i body di tulle appesi agli stendini, le décolleté, i sandali gioiello, le ciabattine di raso sulle mensole, per i capi che si accumulavano disordinatamente sulle poltroncine fuori dai camerini di prova, per la biancheria sul tavolo espositore nella confusione di scatole aperte, nastri e fiocchi… in realtà non aveva perso nessun gesto di quelle mani paffute, inanellate, dalle unghie smaltate. Le aveva seguite come in trance mentre abili sfilavano il corsetto dalla gruccia, tagliavano il cartellino del prezzo, lo piegavano per quel niente che si poteva dando qui e là  tocchi lievi e sicuri per risollevare un fiocchetto, un nodo di paillettes, lo avvolgevano dapprima in un foglio di velina, poi in quella carta lucida scelta senza esitazione tra la molteplice varietà a stampe natalizie, quindi il nastro, il fiocco, il rametto di pungitopo, e alla fine le porgevano, confezionato con abilità e buon gusto, un delizioso pacchetto regalo. Lei l’aveva preso sorridendo, e infilato nella borsa. Mentre pagava il conto, avevano scambiato gli auguri di buon anno nuovo, forse a voce troppo alta le sembrava adesso. E in quello stato di alterazione interiore, che la rendeva estranea a quanto la circondava, aveva preso l’autobus, era tornata a casa. Contenta di averla trovata buia, vuota, così da non dover parlare.

    Tolse le scarpe. E si distese sul letto. Si coprì con un plaid. Doveva lasciare che l’incantesimo in cui era caduta si spezzasse. Doveva lasciare che la rete dorata che l’imprigionava in quel lontano passato si lacerasse. E lei potesse tornare lentamente all’oggi, pallida, frastornata come da una visita ai morti.

 in Gazzetta di Parma 26 novembre 2023