Scritti nelle bottiglie Testo critico di Marzio Dall’Acqua C’è una certa dolcezza, nonostante il tanto tempo trascorso e l’asperità degli anni, nel sapere delle nostre vite parallele, che ogni tanto si incontrano, scambiano e ce

Scritti nelle bottiglie

 

Testo critico di Marzio Dall’Acqua

 

                C’è una certa dolcezza, nonostante il tanto tempo trascorso e l’asperità degli anni, nel sapere delle nostre vite parallele, che ogni tanto si incontrano, scambiano e cercano: intendo quella di Annamaria Dadomo e la mia. Ci conosciamo dai primissimi anni del ’70, quando ci azzuffammo, al primo incontro su D’Annunzio. Di fronte avevo una ragazza vestita come una hippie, dai capelli cortissimi, alla maschio, con una pelle che odorava di sole e d’aria, di un carattere dolce e selvaggio, che abbracciava, come se lo dovesse difendere con tutta se stessa un libro di poesie di D’Annunzio - l’”Alcyone”, mi pare, il terzo libro delle “Laudi” - che io, sulla scia degli umori del tempo, irridevo e scanzonato schernivo. Conobbi subito il suo chiudersi a riccio, ferita ed insieme aggressiva pronta a rispondere, con i grandi occhi da cerbiatta spalancati e sofferenti, ma anche pronti a fuggire e rintanarsi in un suo mondo. Con il tempo avrei capito che non solo o non tanto il poeta abruzzese difendeva, ma il suo diritto alla poesia, la sua vocazione alla scrittura, la sua passione intima e, allora ancora segreta, alla ricerca letteraria. Amava frugare nelle e tra le parole, come sua madre sarta cercava nella riserva degli scampoli, dei bottoni dei nastri, quello che la sua fantasia ed il suo umore ricercava e lo teneva in serbo per tempi migliori, per futuri usi che era certa sarebbero venuti. Questo tesoretto lo veniva arricchendo, ogni momento con le letture appassionate ed assidue dei giornali e dei libri. Ritagliava passi e frasi, che degustava lentamente, godendone l’intenso sapore d’anima e lo scorrere incisivo dello scritto che non era mai definitorio, ma evocativo, incantatorio: un grimaldello fatto di lettere o di parole per schiudere l’accesso ad un mondo intimo, ad una possibilità di espressione che si sentiva propria, ma non sempre si riusciva ad esprimere. Le tempeste, le bufere della giovinezza si mescolavano con gli incontri, gli amori e questa voce poetica che veniva, non senza dolori e turbamenti, prendendo forza, vigore, che emergeva dal magma del dolore e della sofferenza, della solitudine e dell’incanto. Annamaria infatti non ha mai cessato di adorare la vita, di amare la natura, di trovare intorno a sé frammenti di bellezza che sembrano schegge di vetro, ma bastano a rompere l’accavallassi delle scure nubi delle difficoltà del vivere. Anche esasperare i sentimenti serviva per cercare una strada d’uscita non dal peso dell’esistere, ma per entrare nello spazio della letteratura, della scrittura: vivere e guardarsi vivere per raccontarsi. Annamaria ha sempre vissuto, sull’esempio del padre che amava l’arte e la lettura, in una voluta essenzialità esistenziale, quasi la povertà materiale intorno a lei permettesse maggior ricchezza spirituale, per cui non caso si è anche accostata alle dottrine zen e al mondo giapponese, che serviva quasi a mimetizzare il suo più intimo e prezioso tesoro: la possibilità di scrivere, di fare poesia, di raccontare. E questa sua scrittura è stata così radicata e radicale che è mutata nel tempo, che è venuta adattandosi a diverse aspirazioni, a diverse esigenze, come se la sua voce fosse la fiamma di una candela che vibra con il fluttuare dell’aria, in un eccedere tra erotismo, sensualità, eccitazione per alterità, come una sacralità sfiorata più che vissuta  ed una follia latente quasi un incantamento del cuore più che della ragione. E lo spazio avventuroso è stato anche quello, ancor più mitico/mistico del proprio corpo, del sangue, dei sensi esasperati a chiedere voce, l’anoressia esperita e poi scritta - più che descritta - in “Regressione” del 1990 (Rebellato, edizioni). “Scritta” perché diventata letteratura, alta letteratura, anche se vissuta, come le “sistole e le diastole” di Attilio Bertolucci. Ci sono gli anni di Fontanellato, con le chiavi del castello dei Sanvitale, il colloquio intimo ed eterno con il Parmigianino della saletta di Diana e Atteone rifugio per sfuggire all’insulto del quotidiano, alla meschina opacità dell’”onta del giorno”. La scrittura dunque come volo, liberazione, fantasia che si viene staccando da quel nocciolo di realtà da cui Annamaria sempre parte. Uno sguardo od un evento per confondere tutto: sensazioni, ricordi, episodi antichi e recenti in un rigore che è padronanza della scrittura, controllo delle frasi e ricchezza delle parole. Mentre le sue immagini sono realistiche esiste una generale atemporalità che è come l’atmosfera in cui i suoi racconti si immergono. Anche riscrittura quando occorre, fino alle distillazioni di varianti sempre più limate, arrotate, lisciate e rese preziose come diamanti lavorati, che mantengono però la durezza di raccontare con crudezza e sincerità al limite dell’eccesso e dell’aggressione un vissuto che si muove tra passioni e frustrazioni. L’ansia di libertà nelle contraddizioni del vivere crea spazi che diventano sempre più trappole claustrofobiche. Ma con il tempo, con lo scorrere dei giorni, è la natura che diventa il regno di una avventura che ha le stesse tensioni del mondo erotico d’un tempo, ma più quiete, meno urgenti, meno laceranti, in uno spazio ancora chiuso, un hortus conclusus che è il giardino della villa nelle cui vicinanze vive, ai margini della città, assediato da un urbanesimo sfrenato e volgare, ma anche per questo “dimenticato” e sorpassato nel suo nascondiglio di albero e fronde, di cespugli e spazi verdi che inselvatichiscono solitari come la villa invecchia sempre più vuota, silenziosa e ripiegata su se stessa. Un’isola,ormai nella città dei rumori, del traffico, dell’eccitazione, un’isola nella quale la vita altra si è venuta rifugiando mescolando tutti i tempi dell’esistenza: dalla giovinezza, alla maturità, a questi anni lievi. Un’isola, ma anche una zattera, che naviga in mari reali e fantastici. E questi racconti, come i suoi collages sono gli scritti nelle bottiglie che Annamaria Dadomo ha lanciato in questo decennio e che le edizioni annuali di ALI hanno raccolto liete di preservarli e farli sopravvivere.

 

 maggio 2022, Marzio Dall’Acqua, critico